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New York – “Il mio fidanzato, Jamal Khashoggi, era un patriota. Rifiutava la definizione di dissidente: ‘Sono solo un giornalista indipendente che usa la penna per il bene del suo paese’”. Ora a usare la penna per chiedere giustizia è Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista saudita scomparso nel nulla lo scorso 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato saudita a Istanbul sperando di ottenere proprio i documenti per sposarla.All’interno di quell’edificio, secondo la polizia turca, sarebbe stato ucciso e smembrato. E ora con un lungo editoriale sul New York Times la ricercatrice turca di 36 anni ne ricorda la figura e gli ideali nel giorno del compleanno: “Oggi Jamal avrebbe compiuto 60 anni e per lui avevo organizzato una festa a sorpresa sul Bosforo. Oggi dovevamo essere già sposati”. Un racconto toccante, quello di Cengiz, pieno di dettagli privati, ma fondamentali per capire com’era fatto Khashoggi: “A quella conferenza cominciammo a parlare di politica. Lui descriveva la straordinaria trasformazione del suo paese, ma anche quanto lo preoccupasse. Nelle settimane successive ci unì la passione comune per la democrazia, i diritti umani e la libertà d’espressione: i principi fondamentali per cui lottava”.Erano stati proprio quei principi, d’altronde, a costringerlo a lasciare il suo paese: “Aveva lavorato come giornalista ad altissimo livello, aveva girato il mondo. Eppure lo hanno costretto a scappare dal suo paese per colpa del giro di vite verso intellettuali e attivisti che hanno osato criticare il principe Mohammed bin Salman. Non ha potuto fare altro. Ha lasciato l’Arabia saudita perché era l’unico modo per trattare delle questioni a cui teneva, l’unico modo di lavorare senza compromettere la sua dignità”.Una settimana fa Cengiz aveva scritto un articolo per il Washington Post, il giornale americano con cui collaborava Khashoggi, chiedendo a Donald Trump di “fare luce sulla scomparsa di Jamal”. Dalle pagine del Nyt è ancora a Trump che si rivolge: “So che ha pensato di invitarmi alla Casa Bianca. Accetterò l’invito se farà uno sforzo concreto per capire cosa è successo in quell’edificio di Istanbul mentre io aspettavo fuori”.Fino a pochi giorni fa si era rifiutata di accettare l’idea che il suo fidanzato fosse morto. Dodici giorni dopo le speranze sono sempre più fievoli: “Jamal combatteva contro l’oppressione. Se è morto, e spero ancora che non sia così, migliaia di altri Jamal nasceranno oggi, nel giorno del suo compleanno. Le sue idee e la sua voce dalla Turchia all’Arabia Saudita si propagheranno in tutto il mondo”. Per poi concludere con un avvertimento diretto a Mohammed bin Salman: “L’oppressione non dura per sempre. I tiranni alla fine pagano sempre per i loro peccati”.  



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