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Per mesi si è temuto che volessero portare fuori l’Italia dall’Unione Europea e ancora oggi c’è chi sospetta che Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiano pronto un “piano b” per allontanare l’Italia dalle istituzioni di Bruxelles. Di sicuro c’è  che Lega e Cinquestelle hanno colto l’occasione della manovra economica per iniziare il loro bombardamento contro le autorità continentali allo scopo di vincere le elezioni del prossimo maggio. Nel mirino non sono finite solo le istituzioni in quanto tali ma gli uomini che oggi siedono ai loro vertici, dal francese Moscovici al lussemburghese Juncker, ripetutamente dileggiato per l’attrazione fatale che lo legherebbe alla bottiglia, quando, invece, avrebbe un problema di salute. Roba che, in  altri tempi, avrebbe provocato almeno una guerra. Per ora, però, l’unico campo di battaglia sembra essere quello dei social e se si scava tra le carte, dietro la cortina di fumo delle polemiche, si affaccia una realtà molto diversa: non solo i gialloverdi non vogliono uscire dall’euro, ma si augurano “una scuola unica europea”, un sistema scolastico continentale unificato.  
La grande ambizione di Salvini e Di Maio

Più che apparecchiare un esercito lanciato contro l’Europa, l’ambizione dichiarata di Salvini e Di Maio è quella di concorrere in modo determinante all’affermazione di un “blocco sovranista” in grado di spazzare via l’establishment formato da Ppe e Pse che, alternandosi o con accordi di desistenza più o meno mascherati, governa le istituzioni europee, Parlamento e Commissione, sin dalla loro nascita. Secondo un recente studio di Sartoria Politica, il sorpasso in Patria sarebbe già cosa fatta: il prossimo europarlamento dovrebbe essere composto da 29 eurodeputati leghisti, 25 dei cinquestelle, 15 piddini e 7 forzisti. I rapporti di forza sono già quasi di uno a due. 
La volontà di attenuare i vincoli comunitari

In realtà, specialmente dopo l’esperienza infelice della Brexit, nessuno, in giro per il Continente, ha in mente davvero di “disfare l’Europa”. Quello che sta emergendo, nel momento in cui la spallata delle destre populiste è diventata plausibile, è semmai il disegno di imprimere un nuovo orientamento all’Europa. Avvicinarla sul piano delle alleanze internazionali  alla Russia di Putin,  imitare le scelte degli Usa di Trump nella politica dei dazi, nella chiusura all’immigrazione e nella riduzione del welfare. E poi attenuare i “vincoli” comunitari sui singoli Paesi – questa volta, con le riserve dei Paesi del Nord Europa, assai diffidenti verso gli Stati dell’area mediterranea considerati come “cicale” improvvide e spendaccione – e costruire una nuova identità ostile a qualsiasi forma di “ibridazione” etnica e culturale.  
Fin qui gli annunci. Ma le carte, come segnalano a Palazzo Chigi, contengono  una sorpresa, un atteggiamento non realmente  ostile della maggioranza Lega-M5s nei confronti dell’Europa. 
La scelta di Savona
A mettere nero su bianco la filosofia che il governo intende adottare nella relazioni con Bruxelles è stato Paolo Savona. Di origini sarde, ottantadue anni compiuti, l’economista che era già stato ministro di Carlo Azeglio Ciampi  è considerato un “falco”: i gialloverdi lo avrebbero voluto alla guida del dicastero di via XX Settembre, nel ruolo di custode dei conti pubblici. Proprio per le sue teorie fortemente critiche nei confronti della moneta unica, Salvini e Di Maio si erano spinti a sfiorare una inedita crisi istituzionale quando, per questa ragione, il Presidente della Repubblica aveva posto un veto tenace contro la sua nomina a ministro dell’Economia.  
Dirottato al ministero per le Politiche europee, Paolo Savona non ha però rinunciato a svolgere un ruolo da protagonista nella politica economica dell’esecutivo. Ha partecipato a tutti i vertici per scrivere la Manovra, innanzitutto. Sarebbe stato lui a dare manforte ai pentastellati quando si è iniziato a discutere di dove trovare i soldi per il reddito di cittadinanza. Intanto ha elaborato quella che ambisce a presentarsi come la carta fondamentale dei rapporti tra Italia e Ue secondo il “Governo del cambiamento”. Il documento si intitola “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa” e il ministro l’ha spedita a Bruxelles – con “traduzione di cortesia” in inglese – il mese scorso.
Il proposito più ambizioso: “fare gli europei”
Dopo una lunga serie di critiche alle istituzioni europee, c’è anche questo passaggio: “Affinché questa Unione si possa realizzare in futuro, è necessario educare i giovani, oltre che istruirli, dando vita a una scuola europea di ogni ordine e grado nella quale trovi spazio una comune cultura, mantenendo viva la coscienza dell’immenso patrimonio culturale di cui dispongono tutti i paesi membri, come stabilisce il Trattato”, scrive in fondo al capitolo due, intitolato “L’architettura istituzionale europea”.   Un Trattato – anzi, una pluralità di trattati – che, per la verità, finora si erano guardati bene dal considerare la formazione come un capitolo delle politiche europee, salvo fornire, specialmente con il Trattato di Lisbona del 2009, indicazioni indirette sugli standard quantitativi da garantire (ad esempio incrementando la percentuale dei laureati), sollecitando un rapporto più stretto tra la scuola e le imprese e spingendo a una maggiore valorizzazione delle “competenze” a scapito delle conoscenze, allineandosi, peraltro, ai testi dell’OCSE. Savona l’anti-euro, “falco” del governo sovranista chiede dunque più integrazione e per giunta su un tema sensibile come l’istruzione. Nessuno finora si era azzardato a chiedere percorsi di studi comuni tra popolazioni e culture così diverse. “Fatta l’Europa si devono fare gli europei. Il perno essenziale è la scuola”. C’entra poco l’Erasmus, citato spesso ad esempio dall’allora premier Matteo Renzi come simbolo di una integrazione riuscita. Con quella iniziativa si trattava di favorire la circolazione nelle Università europee di giovani che avevano ricevuto una formazione di base corrispondente alle tradizioni culturali e pedagogiche dei diversi Paesi.  Ora il proposito di Savona è più ambizioso: fatta l’Europa – la “nuova” Europa – si devono fare gli europei.
Resta da capire come creare una scuola unica europea
Resta da capire che contenuti e che conseguenze potrebbe avere la realizzazione di questa proposta. Come sarà insegnata la “nuova” storia in un’Europa che ha conosciuto guerre sanguinose fino a settant’anni fa e  che è sorta, nel suo assetto attuale, da diversi “risorgimenti” nazionali?  La prima lingua di tutti gli europei  sarà l’inglese, cioè la lingua di una nazione che ha lasciato l’Unione sbattendo la porta? E dovremo scordarci il Latino, per non dire del Greco, la lingua degli antenati di Tsipras?  Il compito di chiarirlo spetterebbe al ministro dell’Istruzione, Alberto Bonisoli, e ai suoi parigrado europei, che si riuniscono almeno ogni sei mesi per il Consiglio europeo. Ma il processo è molto lungo e prima dovrà occuparsene l’europarlamento, quello nuovo, forse il primo a maggioranza sovranista. 

13 ottobre 2018
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