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(Ipa/Fotogramma)

Pubblicato il: 11/10/2018 16:05
Incubo declassamento per il debito pubblico italiano. Dopo l’avvertimento di Fitch , che ha espresso dubbi sulla manovra, e il nervosismo sui mercati con lo spread anche oggi sopra quota 300 in avvio, cresce la preoccupazione per i giudizi delle agenzie di rating Moody’s e S&P che arriveranno a fine mese. Attualmente il nostro Paese si trova due gradini sopra la soglia del non investment grade (Baa2 per Moody’s e BBB per Fitch e S&P). Ma quali sarebbero i rischi per l’Italia nel caso dovesse arrivare un doppio downgrade del rating?
Un eventuale declassamento avrebbe come conseguenza l’aumento dello spread ma per arrivare al livello ‘spazzatura’ le agenzie di rating “dovrebbero addirittura declassarci di due livelli, cosa che in genere non accade”, spiega all’AdnKronos Giuseppe Di Taranto, professore emerito della Luiss e docente di storia della Finanza e dei sistemi finanziari. In quel caso “i nostri titoli diventerebbero ‘trash’, cioè non sarebbero più collocabili facilmente sul mercato e non sarebbero più acquistati dalla Bce. Lo spread quindi salirebbe molto”. Il professore sottolinea però come fino a fine dell’anno la Bce spenderà non più di 15 miliardi al mese e poi nel 2019 reinvestirà tutti i titoli che sono in scadenza. L’Italia, come tutte le nazioni europee, è quindi “coperta per tutto il 2019”.

Quando lo spread sale ad essere in difficoltà sono soprattutto le banche perché hanno moltissimi titoli nel loro asset. “Lo spread abbassa il valore del titolo – spiega Di Taranto – tanto è vero che aumenta il tasso di interesse. La capitalizzazione delle banche tende così a diminuire”. Gli istituti di credito proprio per cercare di aumentare la capitalizzazione “danno meno credito a imprese e famiglie e ad un tasso più elevato. Quindi – osserva il professore – anche i mutui, se tutto questo meccanismo si mette in moto, raggiungono tassi più elevati”.
Di Taranto sottolinea però come “siamo già passati per spread molto elevati” per di più durante “una crisi mondiale da cui oggi per fortuna siamo in uscita” e “non è accaduto nulla”. Il professore ricorda che “durante il governo Berlusconi, quando lo spread arrivò a 575, il livello 500 si superò 4 volte e durante il governo Monti ben 19 volte. Poi – continua – si rimase in una fascia di oscillazione tra i 410 e i 464 fino al famoso annuncio di Mario Draghi di un piano organico anti-spread”. Non è accaduto nulla, spiega l’esperto, perché “il nostro debito pubblico è sostenibile”. I fattori che lo rendono sostenibile sono due. “Abbiamo, unici in Europa, una ricchezza privata che è più del doppio del nostro debito pubblico e i due terzi del debito pubblico italiano sono in mano di residenti in Italia”, fa notare il professore, che sottolinea: “Noi non siamo la Grecia”. “A me sembra – nota – che il dibattito sullo spread di questi giorni sia diventato più di carattere politico-ideologico che non tecnico-economico”.
“Elemento fondamentale – aggiunge Di Taranto – sono poi gli investimenti”. Commentando la cabina di regia che si è riunita ieri, il professore dice: “Avremmo una fortissima spinta agli investimenti perché dovremmo avere circa 20 miliardi in 5 anni dalle partecipate, a cui si andrebbero ad aggiungere 5 miliardi all’anno già stanziati dal governo per le infrastrutture”. “Gli investimenti – nota – hanno un effetto moltiplicativo sul reddito” e “se le agenzie ci declassassero farebbero un enorme sbaglio perché guarderebbero solo a questi mesi e non avrebbero una visione completa del futuro visto che gli investimenti danno frutti non nell’immediato”. Per Di Taranto le agenzie rating sono “non interpretative ma distorsive dei mercati. Fino a qualche anno fa, prima che fosse vietato – ricorda -, addirittura davano il loro rating a mercati aperti, quindi sostanzialmente – conclude – agevolavano enormemente la speculazione”.
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