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Autore di una carriera tra le più coerenti e allo stesso tempo più celate della scena italiana, il  musicista milanese Fabrizio Testa giunge nel 2018 a un punto di svolta. Ben due Lp che proseguono in modo differente altrettanti percorsi iniziati, uno con il progetto Il lungo addio, l’altro con una serie di Lp sperimentali a proprio nome. E’ proprio in quest’ultimo progetto, giunto (forse) a un capolinea col quarto Lp “Rebus”, che Testa abbandona le vesti di cantautore folk – seppur anomalo – de Il lungo addio, per porsi come sperimentatore di suoni eccentrici e direttore d’orchestra di una lunga serie di collaboratori. Paradossale quindi che Testa si faccia da parte proprio quando è suo il nome sulla cover, non cantando in nessuna delle sei tracce, pur essendo autore di tutti i brani e suonando vari strumenti (basso, clarinetto, tastiere, vibrafono).

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Ma a queste stranezze Testa ci ha abituato fin dai suoi esordi, con momenti di poesia surreale, improvvise esplosioni di creatività e senso di decadenza che traspare sia quando imbraccia la chitarra, sia quando si pone come creatore di collage ai confini dell’avanguardia. Se la foto in copertina omaggia l’amato Leonard Cohen, nelle tracce c’è poco spazio per i mondi del musicista canadese recentemente scomparso, per far spazio a sonorità che scavano a mani nude negli anfratti bui e gelidi di incomprensibili pensieri psicotici (il canto da monologo di teatro d’avanguardia di “Amsterdam” con piano, viola, percussioni ed elettronica). La riduzione sembra un elemento centrale dell’estetica di Testa, ad esempio nel folk-blues ossessivamente scarnificato di “La scelta sbagliata” o nel semplice dialogo per poeti maledetti, con sottostante clarinetto e sottofondo elettronico con rintocchi di campane di “La fine del pomeriggio”.
La canzone che dà il titolo all’album, invece, si pone in territori parzialmente assimilabili al post-rock con dialogo a due, inseguimento di percussioni e cori femminili ripetuti (voce di Carmen D’Onofrio dei Camerata Mediolanense) quasi a omaggiare il compositore minimalista Philip Glass. Ma la freddezza della ripetizione si stempera negli ultimi secondi con due semplici note di piano sospese tra realtà e sogno (“non viviamo tutti in un Rebus?”). “Casa chiusa” è la traccia più rischiosa, talmente esposta a un processo di sottrazione da sparire per trasformarsi in declamazione a più voci con sottofondo di vibrafono.Si chiude con “Sopravvivere”, forse il testamento di Testa dopo la chiusura della sua tetralogia. Introduzione con voce recitante (“Sto diventando lentamente e garbatamente pazzo”), a cui seguono due chitarre tra drone folk e psych folk, canto splendido di Lili Refrain con quel senso disperato di ricerca di un proprio posto nel mondo (“cosa conviene fare, dove conviene stare?”), chiedendosi se fermarsi o proseguire in strade non gradite. Forse il vero messaggio che l’autore ha voluto darci nei nove album finora pubblicati. Una metafora che può essere anche la soluzione del rebus che si cela nella stringata poetica di Fabrizio Testa.
(08/10/2018)

Ondarock

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