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Theresa May balla sulle note di ‘Dancing Queen’ degli Abba(Afp)

Pubblicato il: 03/10/2018 20:25
Più attacchi a Jeremy Corbyn di quanti ne abbia rivolti a Bruxelles. A fare la conta dei passaggi salienti dell’intervento di Theresa May, quelli nei quali i delegati battono le mani, se ne ricava che la premier ha preferito privilegiare il fronte politico interno a quello esterno, sul quale si combatte la battaglia per la Brexit. Una scelta, secondo gli osservatori, non certo casuale, dopo che anche poco prima del suo discorso era stata depositata una mozione di sfiducia nei suoi confronti, a firma del deputato James Duddridge.
Da un lato, la May aveva bisogno di un argomento non divisivo (e la Brexit lo è) per ricompattare dietro di sé il Partito conservatore. Dall’altro, il rischio concreto che l’accordo con Bruxelles venga bocciato dal Parlamento, portando al voto anticipato, impone alla premier di prepararsi fin da ora allo scontro elettorale con il Labour. Comunque sia, la politica britannica continua ad essere concentrata sul difficile divorzio con la Ue, ulteriormente complicato dalla bocciatura che i leader europei hanno assegnato al piano della May, nel recente vertice informale di Salisburgo.

A smorzare la tensione, la premier si è presentata sul palco ballando (un po’ goffamente) sulle note di ‘Dancing Queen’ degli Abba. Un richiamo esplicito al suo recente viaggio in Africa, nel quale trascinata dai ritmi musicali del continente si era lasciata andare a qualche danza in stile tribale, con tanto di video diventati virali sui social network. Poi, ad esorcizzare il terribile esordio del congresso dello scorso anno a Manchester, quando un attacco di tosse sul podio quasi le impedì di pronunciare il suo discorso, la May ha scherzato sulla sua voce e sulla notte trascorsa in bianco.
La leader dei Tories nel suo discorso non ha mai citato esplicitamente il suo ‘Chequers Plan’, bocciato anche da ampi settori del suo partito, limitandosi a definirlo “un accordo di libero scambio che garantisca uno scambio di merci senza attriti”. E se Bruxelles non è pronta ad accettare il compromesso proposto da Londra, il Regno Unito “non ha paura di lasciare la Ue senza un accordo”. Uno scenario non solo da ‘hard Brexit’, ma da Brexit ‘disordinata’, in una delle tante definizioni nate negli ultimi due anni, che nelle intenzioni tutti vorrebbero scongiurare.
La premier ha quindi fissato alcuni paletti, ripetendo concetti già espressi in passato, ma necessari per tentare di riconquistare gli euroscettici duri e puri del partito, che ieri hanno decretato ampi onori a Boris Johnson. L’ex ministro degli Esteri, uscito dal governo in aperto dissenso con la strategia per la Brexit della May, rimane uno dei candidati più accreditati alla sua successione.
Per disinnescare la manovra dei ‘ribelli’ Tories, la May ha prima attaccato Bruxelles, “ho trattato la Ue con rispetto e mi aspetto che la Gran Bretagna venga trattata con rispetto”, poi ha ribadito: stop alla libertà di movimento dei cittadini Ue; no a un secondo referendum. Nel primo caso, la premier ha illustrato la nuova politica per l’immigrazione che verrà introdotta nella Gran Bretagna post Brexit, nella quale gli ingressi non saranno più garantiti in base alla nazionalità, ma in funzione delle qualifiche professionali. Nel secondo, viene escluso nuovamente il ricorso a una seconda consultazione sull’uscita dalla Ue, come invece chiesto da alcuni settori dell’opposizione. “Il voto popolare c’è già stato”, ha detto la May.
Tolti i passaggi sulla Brexit, nei quali non è emerso nulla di nuovo rispetto alle ultime settimane, la premier si è concentrata soprattutto sul Labour di Jeremy Corbyn, accusato di essere il partito della spesa e degli sprechi, che vuole bruciare “un trilione di sterline” per rinazionalizzare le ferrovie e le altre aziende privatizzate negli ultimi 30-40 anni. Poi, agitato lo spauracchio di un Labour che distrugge ricchezza invece di crearla e che vanifica i sacrifici fatti nell’ultimo decennio, la May è passata agli annunci e alle promesse.
Innanzitutto, ha detto, “l’austerità è finita” e il “duro lavoro” fatto a partire dalla grande crisi finanziaria del 2018 ha dato i suoi frutti. Quindi, ci saranno più finanziamenti per l’Nhs, il Servizio sanitario nazionale, che lancerà anche un grande progetto di prevenzione dei tumori, con diagnosi precoci per tutti i cittadini. Per la sanità pubblica ci saranno da spendere 20 miliardi di sterline in più all’anno, ha assicurato la May.
Inoltre, il governo cancellerà il tetto di spesa imposto alle amministrazioni comunali per la costruzione di nuovi ‘council flats’. Le case di edilizia popolare serviranno a far fronte all’emergenza nazionale rappresentata dal caro affitti, in un Paese in cui decenni di speculazioni immobiliari hanno portato i prezzi delle case alle stelle, vanificando la politica inaugurata da Margaret Thatcher che aveva reso possibile per milioni di britannici diventare proprietari della loro casa.
Abbastanza, secondo la May, per dichiarare che il Partito conservatore non deve essere visto come “il partito di pochi, né come quello di molti, ma come il partito di tutti”. Il richiamo, ancora una volta, è stato agli avversari laburisti e al loro ultimo slogan elettorale, “for the many, not for the few”.
Come è normale in queste occasioni, l’enunciazione di principi e promesse non è stata corredata da troppi dettagli sulle misure che verranno adottate, né sulla copertura delle spese. E del resto, con la grande incognita della Brexit, che senza accordo con Bruxelles potrebbe costringere tra qualche mese il governo a sostenere con misure straordinarie l’economia, non è possibile al momento fare previsioni dettagliate.
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