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All’imbrunire, il premier Conte twitta un’immagine quasi gioiosa dello stato maggiore riunito attorno al tavolo, con i due vicepremier Di Maio e Salvini soddisfatti e un ministro Tria sorridente malgrado tutto. Si tira dritto pure se si apre qualche timido spiraglio a un’ipotesi di correzione.  

La situazione è drammatica. «Confermato: puntiamo tutto sul lavoro e sulla crescita, via la Fornero e meno tasse alle partite Iva, in Europa se ne faranno una ragione», gongola Salvini. «Confermiamo il 2,4 per cento e si punta a una diminuzione del debito negli anni successivi grazie alla crescita che ci sarà e ai tagli agli sprechi», tiene il punto Di Maio. Ma questa diminuzione potrebbe avvenire con un deficit più basso per il 2020 e 2021, tenendo fermo il 2,4% al 2019 per far partire subito le misure promesse. 

L’allarme del Colle  
Del resto qualche segnale in tal senso era stato percepito al Quirinale durante il colloquio di lunedì del premier con Mattarella. Nonostante le smentite ufficiali, Conte non aveva chiuso ad un rientro progressivo dal debito. Anche perché senza garanzie sulla tenuta dei conti pubblici, Sergio Mattarella non potrebbe autorizzare la legge di Bilancio (andrà presentata a metà ottobre). Nei giorni scorsi il presidente si era richiamato espressamente all’articolo 97 della Costituzione: che, prescrive espressamente la sostenibilità del debito, quindi progressivo rientro. E pure un coordinamento con l’Europa, di cui per il momento non esiste traccia. Lecito inoltre immaginare che il capo dello Stato anche ieri, come spesso accade, abbia avuto colloqui in alto loco e in primis con il presidente della Bce, Mario Draghi. Rassicurazioni scarse da poter elargire ai vertici istituzionali europei in questa fase, allarmi a iosa di cui il Quirinale è il principale terminale.  

secondo noi

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“Juncker? Parlo con i sobri”  
Il vertice di governo si chiude senza che sia annunciato chiaramente un passo del gambero, che in tanti – da Roma a Bruxelles – auspicano alla fine di una giornata drammatica. Dove è un numero a campeggiare sul proscenio: quel temibile quota 300 toccato dallo spread, con il rendimento dei titoli decennali che sale al 3,44, ai massimi dal 2014. 

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E un aggettivo a tenere banco, pronunciato da Salvini che suona come uno schiaffo al presidente della commissione europea Juncker. «Parlo con persone sobrie che non fanno paragoni che non stanno né in cielo né in terra», dice Salvini. «Equiparando l’Italia alla Grecia, fa impazzire lo spread. Questa poteva risparmiarsela», dice il capo del Viminale. «Prima di aprire bocca dovrebbe bere due bicchieri d’acqua e smetterla di spargere minacce inesistenti. Oppure gli chiederemo i danni». «Juncker non è adatto a svolgere il ruolo di presidente della Commissione Europea, ormai è evidente», attacca Di Maio sul blog delle Stelle, dove chiede «come mai tutti si sentono in diritto di fare la morale a noi, che abbiamo stabilito un rapporto deficit/Pil al 2,4% ma non a Paesi che hanno un rapporto deficit Pil al 2,8%». Nessun arretramento, è il refrain che Di Maio ripete dalle nove di mattina in avanti, con la minaccia di portare il popolo in piazza e l’intimazione al ragioniere generale dello Stato a scrivere il Def «su nostro input». Come a chiedere obbedienza nella stesura di un testo sotto dettatura. La miccia che infiamma i mercati è l’evocazione del leghista Claudio Borghi di una «moneta italiana». 

Conte media ma non troppo  
Il premier all’ora di pranzo prova a sopire le tensioni («ci avviamo a dialogare con le istituzioni europee con serenità e rispetto dei ruoli, fiduciosi di poter dimostrare, carte alla mano, la bontà del lavoro sin qui fatto»), tendendo la mano all’Ue dopo i toni morbidi del commissario Moscovici che evoca il negoziato. Ma dopo aver parlato per due ore con i vicepremier, in serata Conte è costretto a fare il muso duro. «Confermiamo il programma, una manovra seria e coraggiosa». Disegnata per «accelerare la discesa del rapporto debito/Pil in modo consistente nell’arco del triennio».  



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