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In Iraq la guerra all’Isis continua anche contro gli innocenti. Donne e bambine sospettate di aver legami, anche molto labili, con chi ha fatto parte o collaborato con lo Stato islamico vivono segregate nei campi profughi vicino a Mosul, non possono uscire, avere documenti, subiscono violenze e anche stupri. 

E’ la denuncia che arriva dal rapporto di Amnesty International “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq”. Il rapporto è nato da un lavoro di mesi e ispezioni in tre campi profughi vicino all’ex capitale dello Stato islamico in Iraq, liberata dalle forze armate irachene nel luglio del 2017. 

Fra gennaio e luglio decine di migliaia di persone sono fuggite da Mosul Ovest, sottoposta a incessanti bombardamenti da parte dell’aviazione irachena, da quelle della Coalizione anti-Isis e dall’artiglieria di esercito e milizie. I profughi venivano selezionati, uomini da una parte, donne e bambine dall’altra. Le forze irachene avevano una lista di appartenenti all’Isis. Migliaia di uomini e ragazzi sono stati arrestati e, denuncia Amnesty, molti “costretti a confessare sotto tortura” e poi condannati a morte. 

I famigliari, chiusi nei campi profughi, hanno invece subito in seguito “una enorme discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi profughi e dalle autorità”. Amnesty International ha rilevato che in tutti gli otto campi profughi visitati è stato praticato lo sfruttamento sessuale. I ricercatori hanno raccolto testimonianze su stupri molto diffusi da parte di militari e poliziotti. 

“La guerra contro lo Stato islamico sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con l’Isis vengono punite per reati che non hanno commesso”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International. 

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