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È stata un fantasma per oltre un secolo, un fantasma grottesco, comico e nello stesso – ai fantasmi accade – piuttosto imbarazzante, come un vecchio peccato o un delitto irrisolto. È la «bolla di componenda», cui Camilleri dedicò un libro pubblicato da Sellerio nel ’93 con questo titolo un po’ misterioso; uno dei suoi «romanzi civili», in parte inchiesta storica, in parte racconto di invenzione. Studiando gli atti della «Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia» costituita nel 1875, lo scrittore collegò un commercio di indulgenze di antica data al costume isolano di «comporre» privatamente i torti patiti, il tipico atteggiamento mafioso che consente a chi è più forte di avere ragione di chi è più debole, nella società come nella pubblica amministrazione.  

Assoluzione anche civile  
Al centro di tutto la bolla papale che consentiva di riscattare i propri «peccati» pagando un obolo proporzionale alla gravità della colpa commessa o del denaro rubato, estorto, truffato: sulla carta aveva effetti solo per quanto riguarda il Paradiso e il Purgatorio, in realtà diventava anche un’assoluzione ufficiosa davanti alla giustizia civile. 

Nell’ultima pagina Camilleri evocava Leonardo Sciascia, cui aveva chiesto a suo tempo un soccorso bibliografico. «Dovevo assolutamente trovare una bolla di componenda originale per dare maggior credito a quanto avevo in mente di scrivere. Fece una pausa, mi taliò, sorrise del suo sorriso. “Tu una carta così non la troverai mai”. Mi disse. E infatti non l’ho trovata». La data del colloquio non è specificata, ma essendo Sciascia scomparso nell’89 siamo in anni precedenti la nascita di Montalbano, che, chissà mai, di questa bolla potrebbe anche essere figlio. Nel frattempo però un documento originale è finalmente venuto alla luce, grazie al professor Paolo Maninchedda, ordinario di filologia a Cagliari, che lo scovò quando l’Università laureò lo scrittore honoris causa nel 2013, e ora lo pubblica con un ampio saggio su Studj romanzi la rivista della Società Filologica Romana. 

Si comprava dal sacerdote  
Una radice della questione morale italiana: la bolla di composizione è il titolo, che collega l’antico spettro a un tema assai attuale. La bolla di composizione, o di componenda, è infatti una sorta di mostro giuridico e religioso, «uno strumento – scrive lo studioso – per realizzare un indulto generalizzato […] che funzionava con il meccanismo del condono fiscale». Il gioco era semplice: «Si acquistava la bolla dal sacerdote per un determinato valore» e ciò consentiva di «comporre», cioè di sanare, «un bene acquisito illegalmente del valore pari a circa 30 volte il costo della bolla». Se ne potevano acquistare tante quante ne fossero servite per raggiungere la somma desiderata. 

Camilleri, in assenza di originale, ne aveva avuto notizia dagli atti della Commissione, e in particolare dal discorso tenuto alla Camera da un parlamentare magistrato, Diego Taiani, fra tumultuose risate (a sinistra) e proteste (a destra). Taiani ne aveva vista e bloccata una nel 1868, «una bolla pontificia», leggiamo negli atti, «la quale aveva ottenuto fino allora exequatur. E che cosa era questa bolla? Era un’autorizzazione che la Curia romana dava a tutti i confessori della Sicilia di transigere con coloro che avevano perpetrato ogni specie di delitti, e la transazione si faceva a suono di monete». Fino ad allora, dunque, era stata regolarmente approvata dalle autorità, per sanare «una filastrocca di reati che sembrava copiata dal Codice Penale. […] È inutile già che io dica come io negai il regio exequatur e la sequestrai».  

Fra il trono e l’altare  
Il documento originale di quella che il professor Maninchedda definisce una «fiera barocca dell’iniquità», tuttavia, si perse. Nacquero aspre polemiche, e per esempio Civiltà cattolica ebbe buon gioco a rinfacciare a Taiani il fatto incontestabile che non potesse esibire le «prove». Che ci sarebbero pure state, perché – ci ricorda il filologo – una bolla era stata pubblicata qualche anno prima, nel 1867 da uno storico siciliano, e anche i Savoia l’avevano legalizzata almeno per la Sardegna nel ’700, per poi abolirla visto, come scrisse Giovan Battista Bogino, che «pareva troppo atta a dar fomenti ai furti».  

L’istituto era antico, nato nel ’500 da un accordo tra il papa Paolo III e il re di Spagna, a beneficio di un fondo per eventuali crociate. Trono e altare si spartivano il malloppo. L’originale pubblicato dallo studioso cagliaritano risale al 1800, ed è addirittura spettacolare nella sua casistica. Chiede infatti solennemente che le ricchezze acquisite in modo illegale vadano restituite, qualora se ne conoscano i proprietari; ma poi consente di «condonarle» tutte: per esempio i beni avuti per ragioni «turpi» da donne non «pubblicamente disoneste» (che difficilmente potrebbero averli ottenuti a loro insaputa; tra l’altro, la regola vale anche per gli uomini), o quelli arraffati da «Uffiziali, Scrivani e Segretari» corrotti, da «Giudici Secolari ed Ecclesiastici in cause temporali, Scrivani, Notari, Segretari e gli Uffiziali di giustizia», e via con la sola esclusione, in questo caso almeno, dell’omicidio. Tutti in Paradiso. E, nell’attesa, tutti a arraffare soldi in questa valle di lacrime. 

Camilleri, quando ricevette la notizia del ritrovamento, un po’ si stupì: ma in fondo non troppo. Aveva ormai capito che quella bolla tanto inseguita era in realtà dovunque, forse non solo nella sua Sicilia, con una lunga scia di effetti devastanti sull’etica pubblica. Montalbano nasce certamente anche dalla voglia di ribellarsi una volta tanto a questa amara constatazione. 

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