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Dieci anni esatti separano il precedente “So, Who’s Paranoid?” da “Evil Spirits”, nuovo episodio di una delle band che più ha contribuito a marchiare a fuoco le gesta del punk inglese tra il 1976 e il 1977. Dieci anni passati quasi continuamente in tour, nei quali la parabola artistica dei Damned è stata celebrata con un affettuoso recupero in occasione del quarantennale, ma anche funestata dalla morte di Bryn Merrick, storico bassista nel periodo di “Phantasmagoria”.
Le vicende della compagine dannata sono state ripercorse grazie al DVD antologico “Don’t You Wish That We Were Dead” di Wes Orshoski (già autore del documentario sulla vita di un amico fraterno dei Damned, Lemmy Kilmister), permettendo soprattutto ai profani di comprendere i tratti salienti di un’avventura che ha lasciato il segno anche sull’hardcore punk della west coast americana e sul gothic-rock inglese dei primi anni Ottanta. 

E oggi, cosa resta di quell’avventura? 

Per comprenderlo facciamo un salto indietro al giorno in cui l’iconico frontman Dave Vanian (unico membro costante dei Damned dal 1976) ascolta “Blackstar” di Bowie e riscopre nel lavoro di Tony Visconti la risposta ai suoi desideri più nascosti: avere a che fare con una persona che conosca il modo di lavorare con le sonorità vintage modellando molteplici influenze per renderle uniformi e allo stesso tempo piene di dinamica.

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Ma i Damned, che erano (e sono tuttora) una band di outsiders dedita al DIY (do-it-yourself), uno come Visconti se lo possono permettere solo fino ad un certo punto.
Vanian e Captain Sensible, i due depositari del marchio di fabbrica (entrambi oggi ben oltre la sessantina), decidono quindi di chiedere l’aiuto della loro fedele fanbase ed avviare una pratica di crowdfunding su PledgeMusic, raggiungendo presto l’obiettivo prefissato e garantendo alla band un budget su cui iniziare a ragionare.
Visconti, che conosce i Damned dal 1977 (grazie all’imbeccata di Marc Bolan) ma non ha mai lavorato con loro, accetta l’incarico all’istante senza neanche aver sentito i termini del progetto, ed è così che “Evil Spirits” si concretizza, condensando nove febbrili giorni di registrazione agli Atomic Sound Studios di Brooklyn.
A completare l’opera, si materializza anche il ritorno di Paul Gray (bassista storico dell’era “Black Album” e “Strawberries”), dopo l’improvviso abbandono di Stu West. 
     
Da un punto di vista stilistico, la scelta dei Damned è piuttosto evidente. Al di là di quanto identificabile come ingrediente storico del suono della band a partire dal 1979 in poi, “Evil Spirits” si distanzia dal pur buono “So, Who’s Paranoid?” per la capacità di Visconti di far confluire la complessità di riferimenti sixties e seventies in un quadro più omogeneo.

La fascinazione di Vanian per gli stilemi goth sembra lasciare il passo all’affetto nei confronti dello Scott Walker tardi anni Sessanta, così come l’attitudine melodica di Sensible si concentra maggiormente sulla componente garage rispetto a quella psych. 
Nel primo caso, sono il primo singolo “Standing On The Edge Of Tomorrow” e la hollywoodiana “Look Left” a dare l’esempio, mentre per il secondo troviamo applicazione in “Devil In Disguise” e nella title track, che indugia qua e là dalle parti degli ultimi Doors.
Scompare quindi la colorazione prettamente rock (che fino a “So, Who’s Paranoid?” aveva tenuto banco), ma la band appare comunque a suo agio e noncurante dell’età che avanza (sono ovviamente della partita anche il tastierista Monty Oxy Moron e il batterista Pinch, co-autori a tutti gli effetti da una ventina d’anni). 
Vanian è in grado di interpretare i vari episodi con facilità ancora invidiabile, concedendosi parecchie divagazioni timbriche che vanno dalla pulizia di “We’re So Nice” (una critica all’imperialismo di Blair) all’eclettismo vocale di “I Don’t Care”, dove si passa con abilità dal crooning alla veemenza di daltreyiana memoria in pochi minuti.
Sensible dispensa linee chitarristiche efficaci, pur restando più del solito in una comfort zone dettata dalle scelte produttive, mentre Gray resta inconfondibile nel distillare la consueta ricchezza di note al basso già artefice della fortuna di brani epocali come “Wait For The Blackout” o “Life Goes On”.
Non ci sono, a dire il vero, pezzi trainanti come potevano esserlo in tempi recenti una “Little Miss Disaster” (da “So, Who’s Paranoid?”) o “Would You Be So Hot (If You Weren’t Dead)” (da “Grave Disorder”, del 2001), ma “Evil Spirits” è comunque un disco sincero, che riduce finalmente la tracklist a dieci brani (contro i dodici/tredici di quasi ogni uscita discografica Damned) e nel quale i nostri suonano come una band rock anni Ottanta che gioca con i Settanta ma ama alla follia i Sessanta.  
Le capacità di scrittura restano piacevolmente intatte in questo gruppo (fra i pochi superstiti del periodo punk), come dimostrato anche dalla denuncia eco-horror in salsa Tamla-Motown di “Sonar Deceit” o dalla divertente ammissione di responsabilità in “Procrastination”.
Anche se il rischio era forte, i Damned hanno evitato di smarrirsi in questi quarant’anni di caos e cambiamenti di lineup, rimanendo sostanzialmente fedeli al loro percorso e coltivando un pubblico verso il quale esibire sempre un  trattamento paritario, consono all’attitudine di chi ha vissuto il disagio working class della Londra del 1976. 
La prossima, unica data italiana, a Milano, sarà l’occasione per sperimentare questa bella tenuta di coerenza dal vivo.
(15/04/2018)

Ondarock

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