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Ha vinto la linea Mattis, perché Trump ha scelto la risposta misurata suggerita dal capo del Pentagono, per evitare un’escalation. Così, quasi in continuità con l’amministrazione Obama, ha prevalso chi si oppone ad un intervento più profondo degli Usa nella guerra civile siriana. La strategia dunque resta quella di aspettare che Assad vinca militarmente sul terreno, con l’aiuto di Russia e Iran, per poi definire attraverso il processo di Ginevra guidato dall’Onu un accordo sul futuro del Paese. 

l’editoriale

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Il giorno dopo l’attacco, Trump ha chiamato il collega francesce Macron e la premier britannica May. La loro posizione sul piano strategico e diplomatico è compatta: «L’obiettivo era colpire le armi chimiche siriane ed impedire che vengano ancora usate», non rovesciare il regime, o aggredire Russia e Iran. Fonti della Casa Bianca hanno spiegato che queste armi vengono utilizzate da Damasco per compensare i suoi limiti militari, e quindi vietarle significa indebolire Assad. Nessuno però suggerisce che Trump, dopo aver prospettato il ritiro dalla Siria solo due settimane fa, abbia mutato idea, e adesso voglia restare sul terreno per cambiare il governo, guidare la stabilizzazione, e ricostruire il paese. L’obiettivo dichiarato resta solo la sconfitta dell’Isis. Il blocco degli alleati occidentali ha affermato che non tollera l’uso degli agenti chimici, e durante la riunione d’emergenza tenuta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’ambasciatrice Haley ha avvertito: «Abbiamo le armi cariche e puntate», quindi torneremo a colpire se Damasco non imparerà la lezione. A loro si è aggiuto il leader turco Erdogan, che per contrastare Assad, ha abbandonato la recente alleanza sancita col presidente russo Putin e quello iraniano Rohani: «Il regime siriano ha ricevuto il messaggio che i suoi massacri non resteranno senza risposta». Ieri Macron lo ha chiamato, per cercare di ricucire il rapporto. La cancelliera tedesca Merkel non ha autorizzato l’intervento militare, ma si è aggiunta all’alleanza col sostegno politico. E «totale sostegno» al raid è giunto anche da Israele e Canada.  

Marco Sodano
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La speranza ora è che la Siria accetti davvero di rispettare la Convenzione contro gli agenti chimici, spinta dalla Russia, che doveva garantire il disarmo concordato nel 2013. L’attacco è stato più duro di quello dell’anno scorso, ma non aveva lo scopo di rovesciare Assad. Mosca lo ha capito, e nonostante la retorica infuocata, e la risoluzione inutilmente presentata al Consiglio di Sicurezza per condannare il raid del blocco occidentale, non ha preso vere misure di rappresaglia. Stesso discorso per l’Iran, altro grande sponsor di Damasco. Quindi i due blocchi, cioé quello occidentale, e quello guidato da Mosca e Teheran, si confrontano senza la volontà di rischiare uno scontro militare diretto.  

Finora Trump ha diviso la questione siriana in due scatole: quella dell’Isis, che sta sradicando; e quella della guerra civile, la cui soluzione tocca ad altri. Fonti della Casa Bianca hanno spiegato che l’approccio resta questo, a parte il punto fermo sul principio del divieto delle armi chimiche. Washington – dicono – ha sempre sostenuto e continua a sostenere il processo negoziale di Ginevra, gestito dall’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura. Questo resta l’ambito in cui bisogna trovare la soluzione al conflitto. Se finora non è stato possibile, la colpa ricade sulla Russia, che non solo non ha partecipato al processo con convinzione, ma non ha neppure incoraggiato il suo alleato Assad a farlo. Ciò perché il blocco amico di Damasco era convinto di poter vincere la guerra civile sul piano militare. Tale obiettivo ora è a portata di mano, anche grazie all’uso delle armi chimiche, che secondo le fonti della Casa Bianca hanno aiutato l’esercito del regime a compensare i suoi limiti e vincere le ultime resistenze, come appunto è accaduto a Douma.  

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La linea Mattis non contesta questa realtà, e non punta a cambiarla con un intervento massiccio per far cadere Assad, sfidare Russia e Iran, e assumere la guida della stabilizzazione. Lui vuole concentrarsi sull’Isis. Questa era anche la posizione di Trump, e dei suoi elettori favorevoli al ritiro, fino a quando l’attacco chimico a Douma lo ha scosso. Ora la speranza è che la determinazione dimostrata con l’operazione di sabato notte rimetta in moto il processo negoziale per trovare una soluzione definitiva al conflitto. Le fonti della Casa Bianca lo hanno confermato, spiegando che la linea rimane quella di puntare sul processo di Ginevra. Assad e i suoi alleati hanno quasi vinto militarmente, ma gli Usa hanno fatto capire che non sono disposti a sgomberare completamente il campo. Su queste basi, aldilà della retorica infuocata, Washington spera che Mosca recepisca il messaggio.  

Alberto Simoni
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La vittoria militare di Assad è vicina, e gli americani non vogliono intervenire per impedirla, però non sono neanche disposti ad accettare che Iran e Russia si prendano il Paese. Se il Cremlino lo capisce e torna a Ginevra, si apre la porta per una soluzione negoziata. Se insiste sulla linea attuale, il raid è l’anticipo della risposta americana. 

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