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Per le donne tutto è lento e sporadico anche nel Vaticano che dovrebbe essere trainante e non trainato per applicare la teologia della Chiesa voluta dal concilio Vaticano II. Finora ci sono alcuni dati di una evoluzione certa ma insufficienti. Si può dire che quella delle donne nella Chiesa continua a essere una lunga marcia dove piccoli passi verso una effettiva parità rappresentano grandi conquiste.  Si comincia dal concilio a non pensare più alle donne come “devoto sesso femminile” che rendono possibile molte opere di bene senza tuttavia essere considerate alla pari di ogni altro battezzato. Durante le quattro sessioni del concilio (1962-65) si può vedere nelle decisioni dei vescovi e degli organi direttivi la contraddizione nel modo di vedere la questione femminile e di immaginare un cambiamento.  Agli inizi dei lavori donne rappresentative non ce n’erano.
Anzi a leggere fonti storiche autorevoli “nessuna donna aveva partecipato come membro o consultore né al lavoro delle commissioni preparatorie, né a quelle delle commissioni conciliari e in tutta la storia del concilio non c’è stata alcuna donna perito ufficiale. L’esclusione abituale delle donne anche dall’eucaristia si estese fino al secondo giorno del terzo periodo, il 16 settembre 1964, quando quattro donne ricevettero la comunione durante la messa conciliare”.  Solo un anno prima  una donna corrispondente di un giornale venne “fisicamente trattenuta dal ricevere la comunione con i suoi colleghi uomini”.

Nel 1964 Paolo VI nominò 23 uditrici  (10 religiose e 13 laiche) per la terza sessione e la prima donna che fece il suo ingresso al concilio come uditrice il 20 settembre fu Maria Louise Monnet fondatrice e presidentessa del Movimento internazionale per l’apostolato degli ambienti sociali indipendenti. Tre giorni dopo entrarono tutte le altre uditrici prescelte.
Ma fu solo nel 1967, due anni dopo la conclusione del concilio che una donna, Rosmarie Goldie vene designata da Montini sottosegretaria del nuovo consiglio per i laici. Era la prima donna in assoluto che entrava in vaticano con un titolo di responsabilità. Forse si può dire con qualche fondamento che il concilio Vaticano II pur tanto aperto rispetto al passato è stato un concilio di uomini che tuttavia ha posto le basi per un futuro diverso per le donne, dal momento che  veniva definita la base paritaria di appartenenza al popolo di Dio nel battesimo uguale per uomini e donne che dava loro la titolarità al sacerdozio regale se non ministeriale.
Bisogna attendere il 2004 per la nomina dei una suora a sottosegretario di un dicastero, funzione poi rinnovata da Benedetto XVI e confermata da Francesco.
Nel 2016 un simposio promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede affrontò in modo trasparente e autorevole la questione del ruolo delle donne nella Chiesa. La stessa congregazione che nel 1976 aveva posto un limite invalicabile sulla domanda del sacerdozio femminile.
Nella tradizione cattolica, nonostante limiti perfino aberranti in certe epoche e in certa teologia (come il dubbio sulla presenza dell’anima nelle donne), per l’universo femminile nella vita consacrata si erano aperti varchi impensabili di riconoscimento e responsabilità. E tuttavia, nel complesso, il ruolo delle donne – analogamente alle società civili – non ha cessato di rappresentare un problema e una incongruenza con la pari dignità che il battesimo riconosce a ogni persona senza discriminazione alcuna. Papa Francesco vi si richiama spesso e con forza per sottolineare in qualche modo l’esigenza di adeguare la prassi della Chiesa e delle sue istituzioni a operare nei confronti delle donne in conseguenza di tale pari dignità.
Da diversi anni a questa parte e di recente anche nel giornale della Santa Sede si rileva che specialmente nel passato il ruolo delle suore con frequenza veniva pensato e vissuto come un ruolo servile nei confronti del clero. Ma le stesse religiose, specialmente negli ordini e congregazioni dove lo studio aveva innalzato il livello culturale, da tanti anni avevano chiuso l’epoca in cui per molte suore la vita trascorreva a servizio dei sacerdoti e del clero con mansioni di vere e proprie massaie e badanti.
Specialmente dopo il contributo del femminismo e l’attenzione sulla differenza di genere la condizione della donna nella Chiesa richiede una nuova visione e consapevolezza. E’ urgente ormai passare dall’analisi teorica della questione a una elaborazione di punti concreti e realizzati che segnino una svolta. Francesco ha voluto una commissione che riprendesse in mano un esame approfondito in materia anche di diaconato e dunque di partecipazione delle donne all’ordine sacro.
Proprio da alcuni contributi delle donne al simposio del 2016 voluto dall’ex sant’Ufficio si possono attingere dati e processi sull’evoluzione del problema per la pari dignità al femminile nella Chiesa.
Si apprende da uno studio presentato per l’occasione sul personale della Curia romana che su un totale di 808 officiali (impiegati) 376 (il 47%) erano appartenenti al clero religioso o secolare, 229 (28%) laici maschi; 161 (20%) donne laiche; 42 (5%) donne consacrate ossia suore. In totale i laici sono di più che i chierici, Tuttavia nei ruoli direttivi su un totale di 234 persone gli ecclesiastici detengono l’84% dei posti rispetto al 10% dei laici maschi e il 3% delle donne laiche e delle donne consacrate.
Ma il vero problema difficile non è rappresentato dai numeri seppure possano suscitare una certa meraviglia per macroscopici ritardi; il cuore del problema si annida nella mentalità. Millenni di un certo modo di pensare la donna nella sua individualità nell’ambito sociale e culturale contano bene qualcosa. Sul piano laico, considerando tale quello spazio di vita e decisioni che non sono influenzati da alcuna visione religiosa, un discorso organico sulla promozione della donna e sui suoi pari diritti e dignità in quanto persona è maturato a tappe nel Novecento sino alla lotta frontale per la liberazione della donna nata a metà degli anni sessanta.
Il cristianesimo che con il Vangelo di Gesù di Nazaret aveva costituito una vera rottura del pensiero dominante sulla dipendenza e subordinazione della donna dall’uomo, nei secoli aveva diluito fino a dimenticarsi la novità che Gesù aveva portato nella vita e nella considerazione della donna. Dipendenza e subordinazione si era annidata in ogni ambito della Chiesa. Fino al paradosso di considerarla una diabolica occasione di peccato. La clericalizzazione della Chiesa nel tempo ha sempre più ghettizzato la domanda di pari dignità femminile. La chiave del successo del cambiamento sta nel cambio di mentalità che non avviene per decreto di nessuno, ma è determinata da una lunga stagione di educazione culturale e religiosa di segno nuovo. Quello che è già possibile occorre sancirlo con una nuova prassi già da subito. Solo una visione ingenua della storia può far pensare che la soluzione della questione femminile nella Chiesa sia dietro l’angolo. Neppure un decreto di Francesco  sarebbe risolutivo, ma certamente potrebbe avvicinare davvero il tempo della parità piena e condivisa.

8 aprile 2018
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