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Non sarà facile per Luigi Di Maio uscire dal vicolo cieco in cui è finita la sua ipotesi di governo per il Paese. La proposta di un contratto alla tedesca unisce, ma la voglia di fare il premier a tutti i costi invece divide. E forse quest’ultima opzione obbligatoria nasconde un problema più grande legato alla metamorfosi di un movimento passato troppo velocemente dalla rabbia anti-sistema al desiderio di comandare l’Italia. 
Infatti, solo nell’eventualità che lui faccia il premier la base grillina potrebbe digerire eventuali accordi con il centrodestra o con il centrosinistra. Mentre riterrebbe inaccettabile qualunque altro nome. E se alla fine un uomo o due diventano la sintesi di un intero elettorato (che è anche il primo partito del Paese) forse un problema c’è.  
Una svolta di governo avvenuta troppo in fretta

Probabilmente, è avvenuto troppo in fretta il tentativo di mettere assieme il plebiscito digitale permanente (che è l’origine del successo anti-sistema) con il riformismo-rivoluzionario di governo proposto dal giovane Davide Casaleggio all’indomani della scomparsa del padre e che ha avuto proprio in Di Maio il suo primo forte sostenitore. 
Con loro due alla guida il Movimento si è velocemente trasformato in un partito che si è dato un orizzonte di risultati possibili da raggiungere, utilizzando pragmatismo e dialogo con gli opposti fino ad aprire anche al Pd, nemico di sempre. Il tentativo evidente è quello di entrare nel sistema per cambiarlo. Ma non tutti sono d’accordo. 
E così oggi l’unico garante credibile di una svolta che tenga dentro anche le origini (il popolo del Vaffaday per intenderci) è solo e soltanto di Luigi Di Maio.  
La morsa tra gli arrabbiati e Mattarella
Per questo il ragazzo di Pomigliano d’Arco non può permettersi di non fare il premier e si ritrova in un angolo stretto tra la sua base che inizia a rumoreggiare ad ogni ipotesi alternativa e la consapevolezza di dover dare – in qualche modo – un governo all’Italia, come chiede a gran voce il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 
E questo pericoloso mal di pancia interno rischia di essere il vero limite della svolta dei Cinque Stelle. Di Maio insieme a Casaleggio jr ha preso una base elettorale arrabbiata, esclusa e delusa e l’ha velocemente convinta ad aprirsi. In questo modo ha allargato il consenso arrivando in alcune zone del Paese a superare il 50 per cento dei voti, convincendo anche i semi-esclusi, pezzi di elettorato impoveriti, impauriti e delusi dalle politiche del Pd e dei Governi precedenti. 
Salvini è l’alleato naturale, Martina non chiude
Ora sia il centrodestra che il centrosinistra potrebbero trovare proprio nel “contratto” il punto di caduta di un accordo con i Cinque Stelle, che se pure ad oggi pare improbabile per i veti incrociati (il no di Di Maio a Berlusconi e il no di Renzi al M5s), resta la via maestra nei corridoi di tutti gli schieramenti. Matteo Salvini ha ribadito che i grillini sono l’alleato naturale: “se voglio cancellare la riforma Fornero, se voglio riformare il mondo del lavoro e la scuola ed espellere gli immigrati clandestini, con chi dovrei fare queste cose? Con quelli che ci hanno portato dove siamo oggi? Con loro dobbiamo mettere nero su bianco i 10 punti del nostro programma. Sulla base di quelli, le distanze dai 5 Stelle sono molto meno di quelle che si pensi”. Fin qui il leader della Lega. Maurizio Martina, segretario del Pd, all’uscita dalle consultazioni al Colle, ribadendo la volontà di restare all’opposizione ha evidenziato comunque alcuni punti su cui dialogare con tutti: “Sui quattro snodi di interesse generale il Pd eserciterà fino in fondo la sua funzione: taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione; controllo della finanza pubblica; gestione del fenomeno migratorio; rafforzamento del quadro internazionale”. Quindi dialogo difficilissimo ma non impossibile. Anche se pare ovvio che un eventuale contratto sia più facile da sottoscrivere con il centrodestra che con il centrosinistra.  
Al governo in cinque minuti
Resta da capire se la metamorfosi dei Cinque Stelle si compirà subito, consentendo la nascita di un Governo. E in questo caso pare evidente che l’alleato naturale dovrebbe essere il centrodestra, ingoiando però due bocconi molto amari: la presenza di Forza Italia nell’esecutivo e un premier che non sia Di Maio. “Se il Movimento 5 Stelle rinunciasse a Palazzo Chigi, farebbe un governo in cinque minuti” ha spiegato Enrico Mentana proprio a margine del convegno di Ivrea organizzato dall’associazione dedicata a Gianroberto Casaleggio.  
Nuove elezioni per non spaccare il Movimento
Se invece prevarrà la linea purista per evitare spaccature interne, il M5s punterà a nuove elezioni lasciando a Mattarella, al centrosinistra e al centrodestra la strada obbligata di un governo di scopo per riscrivere l’ennesima legge elettorale prima di tornare alle urne.
Il tempo necessario forse per far crescere nella base la consapevolezza che il Governo è una strada obbligata per una forza maggioritaria e nella speranza di aumentare ancora di più i consensi. Tornare al voto farebbe bene alla compattezza del Movimento, ma non certo al Paese.

8 aprile 2018
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