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Il nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, è un illuminante saggio sul 1968, i movimenti giovanili, la violenza degli Anni Settanta e la distopia. Ma qui serve una digressione a discolpa della parola distopia, abusata, aggrovigliata e spesso respingente. Il nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo è un libro tutto da gustare, tangente al noir, ma che vola più alto e si abbevera alla migliore tradizione della letteratura americana (American Tabloid), senza perdere le radici italiane, si spinge oltre la banalità grazie a personaggi avvincenti e una trama dalla quale non si può sfuggire. Un agente della Cia, Jay Dark, allevato da un ex scienziato nazista Kirk, si infiltra tra i ragazzi della rivolta e li inonda, su mandato del potere, di Lsd con l’obiettivo di distruggere le loro menti rivoluzionarie e dunque eliminare la minaccia. Di tutto questo, provando a mettere ordine nel caos da lui stesso creato, parla lo scrittore romano.  

La prima impressione: è un libro molto diverso da quelli precedenti. Concorda?  
«Molto differente, è un racconto che mi è costato un lungo tempo di gestazione e aggiungo che 30 o 40 anni fa avrei scritto una cosa completamente differente: con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ora ho la convinzione che tutto sia più sfumato, più complicato». 

Molto tempo fa discutemmo del genere noir, ancora allergico alla definizione?  
«No, ci mancherebbe. Amo la mia tribù, ma in questa occasione mi sono messo in gioco, allontanandomi dagli stilemi del genere classico, ma senza raffreddare la prosa». 

Ci sono eventi veri, provati e ovviamente una robusta dose di fiction. Giusto?  
«Ci sono agenti della Cia realmente esistiti, gli esperimenti sulle droghe sono veri, la collaborazione tra l’intelligence americana e alcuni ex collaboratori di Hitler è provata. Poi io mi sono preso la libertà di aggiungerci la mia fantasia». 

Come si è documentato?  
«Ho lavorato con alcuni ragazzi che hanno prodotto un bellissimo documentario sull’argomento, esistono testi americani sugli agenti deviati e un rapporto dei Ros sulla vicenda». 

C’è un grande lavoro sui protagonisti. Jay Dark che tipo è?  
«È un personaggio doloroso, nato molto povero, sogna di essere libero e vorrebbe tanto essere quello che invece gli hanno insegnato e ordinato di distruggere. Ha il dono delle lingue, la sua vera dote. E poi è immune alle droghe, questo gli permette di attraversare quel mondo con una triste consapevolezza. La sua cifra più vera è l’ambiguità. È poi un disperato, un miserabile, ma con un talento infinito che alla fine lo porta a provare empatia verso quelli che dovrebbero essere i suoi nemici». 

Lei sembra attratto da lui. È così?  
«Sì, lui è una metafora perfetta: anche dalle forze del male nascono lampi di luce. La sua è una storia illuminante su quello che siamo». 

C’è il ’68, poi lei tocca i misteri italiani con gli inevitabili complotti. Cosa la affascina di questi mondi?  
«Una volta un uomo dei servizi segreti mi disse una frase: noi mettiamo in campo molte missioni, se riescono diventano storia, se falliscono diventano complotti. Da sempre è così: pensi all’impero romano, è pieno di ombre, di lati oscuri che la verità ufficiale non riesce a spiegare ma il tempo li ha metabolizzati e li ha chiamati Storia con la S maiuscola». 

L’Italia però sembra la patria di questo cono d’ombra.  
«Ma non è così, gli Stati Uniti sono pieni di zone opache, la Francia e il Regno Unito, la Germania del dopo nazismo: non siamo un’eccezione. L’unico Paese che ha fatto veramente luce sul proprio passato è il Sudafrica perché lì hanno scelto la via della pacificazione e non quella giudiziaria. Da noi le vittime, giustamente, vogliono ancora giustizia, i carnefici nascondono le proprie colpe e tutto diventa impossibile da sbrogliare. Per esempio la ricostruzione storica delle Br è andata molto avanti sul piano della verità, ma rimangono molti buchi ancora da riempire». 

Che faceva nel ’68?  
«Ero piccolo e vivevo a Taranto ma mi sarebbe piaciuto tanto viverlo. Quello spirito d’avventura, la rottura con il puritanesimo che soffocava questo Paese. Guardi adesso, siamo chiusi su noi stessi, prigionieri dei social, incapaci di essere una folla in grado di produrre energia e inventarsi un nuovo modo di vivere». 

Nel suo libro c’è una frase che lei adesso mi ha ricordato, la pronuncia l’avvocato Flint quando racconta la storia di Jay Dark e che dice: io c’ero. È decisiva nel racconto, vero?  
«La devo al mio editor in Einaudi, Francesco Colombo, e in effetti è uno dei motori della narrazione. La mia invidia: avrei voluto esserci, guardare negli occhi quei ragazzi che alla fine seducono anche il cattivo agente del caos». 

Ecco così arriviamo all’altra parola chiave: caos. Cosa rappresenta per lei?  
«È il movimento per eccellenza, le molecole si rompono per ricreare equilibrio e rimettere le cose a posto in un nuovo ordine. È la linfa della vita». 

Complotti, servizi segreti deviati, le stragi, Moro. L’elenco è lungo. Le piace l’Italia come è diventata?  
«Ci sono molte cose che non mi piacciono, ma non sono di quelli che si piangono addosso. Bisogna dannarsi l’anima per risolvere i problemi, qui ed ora. Purtroppo, e non è un paradosso, ma il mondo perfetto è noioso». 

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