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Cameron Kitchin è il direttore del Cincinnati Art Museum dal 2014. «Qui mi sento a casa – dice – C’è grande supporto, pubblico e privato per questo museo, la sua storia legata a quella della città fin dalle sue origini». 

Qual è la storia del museo e la sua posizione nella comunità?  
«Il museo fu fondato nel 1886 da un gruppo di cittadini che ritenevano essenziale per la vita e la crescita di una nuova città un museo d’arte di tradizione europea. Fin dalla sua fondazione è stato imperniato sull’espressione artistica della comunità, inserita nel quadro più ampio della storia dell’arte. Quindi le grandi collezioni di arte europea, americana, asiatica e africana sono nate anche con l’intento di istruire la popolazione e raccogliere materiale formativo per la comunità». 

Quali sono i metodi di acquisizione e i pezzi che definirebbe dei capolavori?  
«La collezione è frutto in parte di donazioni private e in parte di acquisizioni dei curatori. Tra i capolavori antichi c’è un busto socratico del terzo millennio, uno tra i più grandi del suo genere. Nel campo dell’arte europea c’è un Van Gogh, Sottobosco con due figure del 1890, nell’ultimo periodo della sua produzione artistica, ad Auvers-sur-Oise. Tra i capolavori conto anche Horizontal rust di Franz Kline, del 1960, uno tra i migliori esempi dell’action painting newyorchese. Accanto due dei miei preferiti, Mark Rothko e Willem de Kooning. E poi una intera collezione di Rookwood Pottery, interamente locale. E vorrei aggiungere come preferenza personale il nostro John Singer Sargent, A Venetian Woman (1882), uno dei primi esempi dei suoi ritratti di persone sconosciute. Il nostro Anselm Kiefer, un altro dei miei idoli, datato 1996, è una perfetta rappresentazione dell’interesse dell’artista per la mitologia europea, in particolare la storia di Parsifal e Monsalvat. E Grant Wood, di cui conserviamo Daughters of Revolution (1932) coglie un momento di storia americana con uno stile unico». 

E quanti visitatori avete?  
«Circa 275-300 mila all’anno, a cui si aggiungono collaborazioni con le scuole e parternariati in tutta la regione». 

Organizzate molte mostre?  
«Sì, e tutte sono basate sul desiderio di far conoscere meglio la nostra storia e ispirare e mettere in contatto tra loro le persone. Siamo particolarmente orgogliosi di quella dedicata a Cagnacci in collaborazione con la Fiac (Foundation for Italian Art and Culture) Cagnacci: Painting Beauty and Death. E di quella dedicata a Raffaello, sempre con la Fiac. Dal 20 aprile al 12 agosto abbiamo in programma Terracotta Army: Legacy of the First Emperor of China con le statue dell’esercito di terracotta di Xian e presentiamo un nuovo catalogo e i risultati di nuove ricerche». 

Che città è oggi Cincinnati?  
«Siamo in pieno rinascimento. Si parla spesso della fine del XIX secolo come di un momento, ma questa è una nuova età dell’oro. Penso che questo avvenga in parte grazie ai nostri punti di forza storici e in parte da nuovi abitanti, giovani e intraprendenti, che stanno facendo di Cincinnati la loro città. Qui hanno sede grandi compagnie come Procter & Gamble, Macy e Kroger, AK Steel, e tante altre, in particolare nel settore dei marchi e delle ricerche di mercato. C’è un senso civico molto sviluppato, la convinzione diffusa che sia un grande posto per vivere e formarsi una famiglia. E questo è evidente nei parchi, nei nostri musei e nelle università. Dal punto di vista artistico è una delle città più generose degli Stati Uniti. La nostra raccolta di fondi per l’arte, ArtsWave, è la più grande del Paese. Siamo conosciuti per l’orchestra sinfonica, per la musica corale, per i musei e i teatri. Tutte realtà fiorenti e in crescita, inclusi il balletto e l’opera. È una città dove i giovani vengono a vivere. Molti si trasferiscono qui perché ci sono opportunità di nuove attività imprenditoriali e sta diventando di moda. L’università ha 40 mila studenti». 

Lei è stato direttore del Memphis Brooks Museum e prima ancora del Virginia Museum. Trova molto diverso il suo attuale incarico?  
«Ogni museo è a suo modo unico e meraviglioso. Alcuni hanno collezioni più grandi, altri più risorse, altri ancora storie più antiche, ma spero di aver lasciato in ogni museo che ho diretto l’impronta di un impegno forte per il progresso della comunità». 

Qual è il suo museo ideale?  
«Credo che lo stiamo realizzando qui a Cincinnati, grazie all’equilibrio e alla giusta combinazione di collezioni, attività accademica e servizio pubblico. Il nostro museo è stato fondato dalla South Kensington School di Londra, che ha creato anche il Victoria & Albert Museum. Io mi sono formato nelle gallerie della National Gallery of Art e della rimpianta Corcoran Gallery a Washington, al Whitney Museum di New York. Il ruolo di un museo è rendere la sua città un luogo migliore, aggregare i cittadini e creare coesione sociale attraverso il dialogo e la mediazione degli artisti».  

Pensa che i musei e le arti abbiano un ruolo centrale in America?  
«Siamo una nazione di immigrati, e i musei svolgono un ruolo necessario nel migliorare i rapporti interculturali. Ma è anche vero che dopo la II Guerra mondiale, prima New York e poi in senso lato l’America, sono diventati un centro della cultura globale. I musei hanno avuto e continuano ad avere in questo un ruolo chiave».  

Traduzione di Carla Reschia

 

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