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Pronti, lo sono. Con chi ci sta: chiunque sia, o quasi. Stefano Baudino, aspirante giornalista di 23 anni: «Adesso il Movimento ha la responsabilità di dare una risposta a milioni di persone che si sono affidate a lui. Sarebbe assurdo, da primo partito italiano, isolarsi e stare all’opposizione. No, stavolta non ci si può davvero chiamare fuori».  

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Più Di Maio, meno Di Battista: infatti il «Dibba» non c’è e di suoi supporter, a intuito, se ne vedono pochi. Meno popolo, più classe dirigente, produttiva e pensatrice. Meno nerd, più abiti eleganti. Quanto sono lontani i tempi del «Vaffa». Del «noi» o «loro». Il popolo del Movimento 5 Stelle – ma qui, è bene dirlo subito, c’è quasi soltanto l’élite – si è fatto istituzionale come il suo attuale leader. Misura le parole, le pesa. I partiti non sono più il demonio. Concetti come «dialogo» e persino «accordo» sono pienamente sdoganati. «Alleanza» no: non se ne parla. Non ancora, almeno. 

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Di aziendale, la convention organizzata a Ivrea da Davide Casaleggio per ricordare il papà Gianroberto, ha anche il linguaggio del popolo degli attivisti, sostenitori, simpatizzanti. «Contratto» è la parola magica, l’apriscatole: «Sì, come si fa tra aziende: una lista di impegni da rispettare, tempi e modalità. Stop», dice William Benetti, 21 anni, studente. 

Dentro le ex officine dell’Olivetti si certifica l’ultima metamorfosi dell’universo Cinquestelle: non si discute se il Movimento andrà al governo. Si discute a quali condizioni. E con chi. Non è una svolta da poco, anche se dello spirito originario qualcosa è rimasto. Il no alle alleanze, ad esempio. E il rifiuto di certi compagni di viaggio. Uno su tutti: «Con Berlusconi mai, sia chiaro. Se c’è lui non ci siamo noi». Jonas Di Gregorio, attivista di Velletri, dà fiato alla linea Maginot del Movimento. «Rappresenta tutto quel che non ci appartiene. E poi, come faremmo le leggi anti corruzione, sul conflitto d’interessi e sulla riforma della giustizia? Il Movimento perderebbe milioni di voti, compreso il mio». 

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Fedeli alla linea del capo politico: un conto è l’intesa per spartirsi la presidenza delle Camere, altro è un accordo – in base a pochi e selezionatissimi punti – su cui costruire un governo. «Abbiamo già dato con la Casellati», ride Ottavia Pilastri. «Ora con Forza Italia nemmeno un caffè». Capitolo chiuso, par di capire. D’accordo, e con il Pd? Qui appare subito chiaro che il muro non è più così solido. Ha ceduto un poco. «Basta sentire che cosa dice Di Maio negli ultimi giorni», ragiona Fabrizio Bertellino, ingegnere astigiano, militante di vecchissima data. «A me sembra ci sia una preferenza verso il Pd, però alla fine tocca a loro scegliere». Agli altri partiti. «Nessuno ha mandato il Pd all’opposizione. Certo, Renzi che si allea con noi è qualcosa che va contro le leggi della fisica». Già, ma se Renzi scomparisse come d’incanto allora tutto diventa possibile nell’universo Cinquestelle. «Se il Pd è rappresentato da Michele Emiliano o da qualcuno che la vede come lui, perché no?»: Stefano Baudino dà una prima picconata al muro. Jonas Di Gregorio ne rifila un’altra: «Se non c’è Renzi, si può discutere». 

Non esprimono un’intenzione, un orientamento. Solo un ragionamento freddo e un po’ cinico, che trae linfa da una convinzione: si sentono baricentro, pensano che niente oggi possa nascere senza di loro. E dunque si piazzano nel mezzo della scena, con il piglio di chi distribuisce le carte: «Noi non proponiamo un’alleanza», dice Bertellino. «Il punto è quali aspetti del nostro programma possiamo portare avanti e con chi. È chiaro che con il Pd o la Lega non faremmo le stesse cose». Il fatto è che l’uno o l’altro sembra politicamente indifferente e irrilevante; l’importante è esserci. L’intesa si farà con chi aderisce alla piattaforma: pochi punti condivisi e un contratto a certificarli. «Il fatto è che Renzi è ancora lì e il Pd sembra aver deciso di stare all’opposizione, sperando di recuperare qualche voto», riflette Monica Valsisi. E allora resta la Lega, ma è in atto un rovesciamento di prospettiva rispetto alle logiche consolidate: «Abbiamo proposte che ci avvicinano ad alcuni partiti: partiamo da quelle e sigliamo un accordo con chi ci sta», insiste William Benetti. «È chiaro che con la Lega si privilegerebbero le imprese; con il Pd sarebbe più facile introdurre il reddito di cittadinanza. Però dipende da loro». 

Noi ci siamo e siamo disponibili, se non funziona sarà colpa degli altri che si sono chiamati fuori: sembra un ritornello mandato a memoria, invece è un orientamento diffuso, condiviso, quasi unanime. Un possibile (e ulteriore) argomento per un’eventuale nuova campagna elettorale: «Non so dove ci porterà questo percorso», dice Fabrizio Bertellino, «ma adesso la grande responsabilità è nelle mani di chi è stato chiamato a un dialogo e si sottrae o si accosta con argomenti buoni soltanto a farlo naufragare». Lo schema è dichiarato: se nascerà un governo sarà merito nostro; altrimenti sarà colpa loro.  

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