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Svetta tra tutti i suoi ospiti Valerio De Molli, 53 anni, ad spilungone di The European House-Ambrosetti e alla fine del Forum di Cernobbio si accomoda al bar di Villa d’Este per tirare la sintesi della due giorni di scenari economici in riva al Lago di Como. 

Si è parlato molto dei vincoli europei da rispettare. Che margini ci sono per il futuro governo?  
«La nostra ricerca sugli impatti della fine del quantitative easing, presentata da Carlo Cottarelli, è una pietra miliare che chiarisce la portata e i limiti delle politiche realizzabili. Noi abbiamo mezzo trilione di euro di debito pubblico da rinnovare che scade nel 2018. Grazie alla Bce e all’euro c’è stato il ciclo più basso del costo del debito nella storia repubblicana, ma sta finendo». 

Chiunque abbassi le tasse o promuova il reddito di cittadinanza deve tagliare altrove insomma?  
«Non c’è dubbio. E poi che senso ha avere 900 parlamentari? E il bicameralismo perfetto?». 

Riguardo alle tasse, si possono tagliare di netto?  
«Si può fare una riduzione graduale contemporaneamente a manovre di contenimento della spesa, perché ogni anno dobbiamo pagare 66 miliardi di interessi sul debito». 

Oltre alle tasse qual è la grande priorità?  
«C’è un arretramento culturale che va fermato. Siamo il Paese europeo con meno laureati, la spesa in ricerca è l’1,3 per cento del pil e la soglia obiettivo del 3 è ben lontana. Occorrono risorse pubbliche per questo, anche prima della riduzione delle tasse, e gli investimenti privati vanno favoriti. Serve il coraggio di guardare lontano».  

Per fare tutto questo ci vorrebbe un governo duraturo. Come si fa?  
«Auspico che la governabilità sia un’altra priorità. Si dimentica che Macron al primo turno prese il 23 per cento e grazie al doppio turno ora fa le riforme. Urge in Italia una legge elettorale che permetta ai governi di lavorare. Vorrei vedere qualsiasi parte al potere ma con un mandato pieno. Così se fallisce non ha scuse e se va bene combina qualcosa». 

L’anno scorso avete avuto come ospiti a Cernobbio Di Maio e Salvini. Potrebbero essere buoni premier?  
«Secondo me sì, ma non è un giudizio politico: sono entrambi animati dalla voglia di fare bene». 

Si fa anche il nome di Cottarelli.  
«Sarebbe un fantastico ministro del Tesoro. Le sue idee sono quelle dei vincoli di bilancio e del rigore. Se gli assegnassero una responsabilità mi sentirei in una botte di ferro». 

Ma come si concilia con Di Maio e Salvini?  
«Poco, infatti sarebbe una fantastica notizia se lo chiamassero. Una garanzia per tenere la barra dritta». 

E’ il nuovo Monti?  
«E’ un bocconiano anche lui». 

Lei è stato protagonista di un duello con l’economista Zingales sulle aziende famigliari.  
«Semplicemente non ritengo come lui che il capitalismo italiano sia perdente, arretrato o non meritocratico. Il nostro sistema industriale è il secondo europeo dopo la Germania e abbiamo una competitività forte. Detto ciò, tutto è migliorabile». 

Eppure abbiamo perso tante grandi aziende, anche perché molte famiglia hanno venduto. Esiste un problema strategico?  
«No, si dimentica che sono di più gli investimenti italiani in Usa che l’opposto. I criteri devono essere competenza e capacità. Prendiamo la Richard Ginori, che veniva gestita male, e ora come Gucci è della multinazionale francese Kering e funziona». 

E Cassa depositi e prestiti che entra in Telecom?  
«Sono favorevole, un presidio pubblico in settori strategici come succede in Francia ha un suo significato. Se la Cassa entrasse in aziende qualsiasi non avrebbe senso, ma se c’è una valenza di infrastruttura e di sicurezza nazionale allora sì». 

In conclusione, parliamo di voi. Come funziona il vostro think tank?  
«E’ privato, indipendente e trasparente. Nel 2008 ho liquidato il fondatore Alfredo Ambrosetti e da allora sono ad e azionista di controllo. Non un centesimo viene dalla pubblica amministrazione. Sono le aziende, con vari tipi di abbonamento, a riconoscere un valore nei contenuti che produciamo: analisi, consulenza ed eventi. Per l’Università della Pennsylvania The european house-Ambrosetti è il primo think tank privato italiano da 5 anni ed il settimo europeo, nonché tra i primi venti al mondo». 

L’accento fin dal vostro nome è sull’Europa.  
«Ci chiamiamo The european house perché vogliamo significarlo. Casa dà l’idea dell’accoglienza, dell’apertura e della voglia di essere una sede dove ragionare. Ed è una casa europea perché siamo fortemente convinti di questo sogno come prospettiva». 

Il sogno però a volte, se non è un incubo, lascia un po’ a desiderare. Come vede l’Unione da ora in avanti?  
«L’Europa ha costruito il più grande percorso di pace e di creazione di ricchezza della Storia. Questo è un principio che va difeso e implementato. Per il futuro vedo più rosa che subito dopo la Brexit. L’euro non è finito, si è rafforzato, e nessuno dopo il Regno Unito è uscito dall’Unione, anzi aumentano le richieste per entrare. Mettere insieme 28 Paesi resta complesso, ma se l’Italia non avesse avuto lo scudo europeo durante la crisi sarebbe andata alla deriva peggio della Grecia». 

francesco.rigatelli@mailbox.lastampa.it  

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