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 elezioni Ungheria 
L’Ungheria, che domenica 8 aprile andrà alle urne per votare il nuovo Parlamento, sta affrontando un problema di fake party, cioè di ‘partiti falsi’. Lo denuncia l’organizzazione Transparency International Hungary che, nel recente Black Book, spiega che si tratta di “partiti politici senza un vero programma, (fondati, ndr) con il solo intento di ottenere i finanziamenti pubblici”. Secondo Miklos Ligeti, responsabile degli affari legali di TI Hungary, sono 14 i partiti di questo tipo che si presenteranno alle elezioni dell’8 aprile.
“Fino a 2 milioni di euro di soldi pubblici per ogni partito”
“I finanziamenti pubblici sono di due tipi – spiega Ligeti -: uno è destinato alle operazioni di campagna elettorale e ricade soltanto sugli schieramenti che raccolgono almeno l’1% dei voti. L’altro va invece a tutti quelli che si presentano, e i fondi vengono assegnati in base al numero di candidati del partito stesso”. Per capire il meccanismo occorre fare un passo indietro: per presentarsi alle elezioni i gruppi devono raccogliere le firme di alcune migliaia di sostenitori. L’importo del finanziamento, il numero di candidati in lista e il numero di firme sono legati: più è corposo il partito, maggiori sono le firme richieste per presentarsi.
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 elezioni Ungheria

I candidati non possono comunque essere meno di 27, e in questo caso servono 13.500 firme. Per gli schieramenti che presentano fino a 53 politici è previsto un finanziamento di 149 milioni di fiorini (poco meno di 500 mila euro); per le liste da 106 candidati l’importo è quasi quattro volte superiore, circa due milioni di euro. “Durante la scorsa tornata elettorale, nel 2014, i partiti falsi avevano raccolto 4 miliardi di fiorini ungheresi – ricorda Ligeti -; quest’anno l’importo complessivo è leggermente inferiore, circa 3 miliardi di fiorini. Tradotto in euro, 9 milioni e mezzo.
“Nessun programma elettorale, i partiti fake servono a far soldi”
I partiti falsi non corrono per vincere. L’obiettivo, denuncia Transparency International, è un altro: “Sono organizzazioni d’affari, senza background ideologico né programma politico”, spiega Ligeti. Alle urne, poi, non raccolgono ampi consensi. Secondo Euronews, nel 2014 queste organizzazioni politiche avevano racimolato complessivamente il 3% delle preferenze. Confrontando il numero di voti dei singoli schieramenti con il numero di firme necessarie per presentarsi, oltretutto, i conti non tornano. Il quotidiano ungherese Origo, nell’aprile del 2014, aveva spiegato che le preferenze sulle schede elettorali erano state molte meno delle firme. Il motivo? “Le firme raccolte erano false – prosegue Ligeti -, cioè copiate da altri documenti”.
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 Orban (afp)

Il ruolo del partito di Orban
Secondo Transparency International, quella dei partiti falsi finanziati con i soldi pubblici è “una forma legalizzata di corruzione”. Il motivo? “In ballo non ci sono soltanto soldi ma anche voti”, attacca Ligeti. A novembre 2017 il Parlamento aveva votato l’introduzione di una clausola che prevede la restituzione dei fondi dai gruppi che non raggiungono l’1% (una quota comunque molto più bassa della soglia per entrare in Parlamento, che è fissa al 5%). Ma secondo il legale di Transparency International far tornare nelle casse pubbliche i soldi non è semplice: “Non ci sono controlli, nessun documento fiscale che consenta di rintracciare i finanziamenti”. Per Ligeti il problema della corruzione in campagna elettorale è ampio e riguarda tutte le forze politiche, dalla maggioranza all’opposizione. Ma una responsabilità particolare per quanto concerne i fake parties ce l’avrebbe Fidesz, il partito del premier Viktor Orban. “La maggioranza del Parlamento è dalla sua, perciò se non richiede i controlli sui finanziamenti è responsabile”.
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Certo è che rispetto a quattro anni fa poco è cambiato: secondo TI il numero di partiti falsi è immutato, anche se nessuno dei 14 che si erano presentati nel 2014 è tra quelli che correranno domenica. Meteore elettorali, insomma. “Alcuni sospettano che i soldi tornino a Fidesz per vie traverse”, chiosa Ligeti secondo cui “se il partito di Orban non avesse benefici da questo fenomeno avrebbe già provveduto a fermarlo”. Al momento della pubblicazione, Fidesz non ha risposto alla richiesta di un commento sulla vicenda.
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