CONDIVIDI



L’ex moglie «ha contribuito al successo del marito», lasciando degradare la propria professionalità per dedicarsi alla famiglia e alla casa quando il coniuge faceva carriera. È vero che da anni percepisce un assegno mensile da 20 mila euro, di certo molto superiore ai requisiti dell’autosufficienza economica; ed è noto che lui le ha intestato proprietà immobiliari per quasi un milione, mentre lei da rendite e investimenti sarebbe in grado di trarre ampia sussistenza. Ma proprio perché non ha più alcuna possibilità di riposizionarsi sul mercato del lavoro, il surplus accantonato potrebbe servire per imprevisti futuri, in primis i problemi di salute. E quindi l’assegno deve rimanere in linea con il tenore di vita antecedente il divorzio. 

LEGGI ANCHE:  

– Appello per una riaffermazione del principio di equità nella regolamentazione dei rapporti post-coniugali  

Lo ha stabilito nei giorni scorsi la Corte d’appello di Genova, pronunciandosi nella causa fra l’attuale amministratore delegato del gruppo petrolifero Erg Luca Bettonte, 54 anni, nella top ten dei manager italiani più pagati, e l’ex consorte Patrizia Barbato. Si tratta d’una decisione a suo modo ribelle, perlomeno controcorrente rispetto alla linea fissata un anno fa dalla Cassazione. Il 10 maggio 2017 la prima sezione civile, sentenziando nel contenzioso fra l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli con Lisa Lowenstein, aveva ribaltato i criteri ai quali fino ad allora s’era plasmata l’entità del mantenimento: non più, appunto, «il tenore di vita matrimoniale», quello di cui si godeva quando si era sposati, ma la più semplice «indipendenza economica dell’ex coniuge». Risultato: migliaia di ex mariti, da lì in avanti, avevano potuto tagliare i finanziamenti. E tra i casi più eclatanti c’è quello di Silvio Berlusconi: dopo il verdetto pilota sull’affaire Grilli s’era visto accordare, sulla carta, la restituzione di oltre 40 milioni da Veronica Lario. 

A Genova il numero uno di Erg, Bettonte, basandosi insieme con il difensore Elvira Machi sulla nuova giurisprudenza, aveva chiesto di ridurre l’assegno a 3.300 euro e la restituzione di 300 mila, rimarcando come i possedimenti immobiliari, l’ingente contributo parallelo per il figlio e gli accantonamenti pregressi consentissero alla ex un’indubbia autosufficienza. Patrizia Barbato, tramite il legale Enrico Grego, ha invece insistito sull’effetto irreversibile dell’essersi immolata per l’escalation del consorte, i cui stipendi veleggiano da tempo sui 4 milioni annui oltre ai bonus. 

I giudici Rossella Atzeni, Daniela Veglia e Franco Davini le danno ragione con una sorta di scavalcamento della Suprema Corte: «Le possibilità – scrivono – che trovi un nuovo lavoro sono estremamente scarse. La preparazione professionale è da ritenersi obsoleta… qualsiasi ragazza che si affaccia al mondo del lavoro come igienista dentale (ciò che faceva prima di diventare, 25 anni fa, la moglie d’un super dirigente, ndr) è in grado di offrire prestazioni superiori e non ci sono elementi per ritenere che trovi collocazione in un altro settore». 

Ancora: «La villa nelle Marche non risulta idonea di per sé a vivere in autonomia, essendo una casa delle vacanze in località di minore importanza» e «la valutazione compiuta in precedenza risulta congrua, tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute: dovrà essere in grado di accantonare somme per un’eventuale assistenza sanitaria… Anche facendo riferimento al principio di auto-responsabilità economica fissato con la Cassazione 11504/2017 e in attesa della decisione delle Sezioni Unite, ci sono i presupposti per concedere l’assegno». 

Lei ha dato tutto per lui e ora è giusto che venga mantenuta secondo gli standard precedenti, visto che ogni euro in più potrebbe servire per futuri imprevisti. Ma è una visione certo differente da quella che un anno fa pareva un punto di non ritorno.  

Alcuni diritti riservati.



Source link