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Benvenuti nel tempo dei nuovi talebani. Ci sono tre storie apparentemente diverse, che turbinano nei giornali di questa mattina, unite da un unico filo, tre storie che raccontano il tempo di censura che stiamo vivendo, e che ci fanno riflettere. La prima storia riguarda Sabrina Ferilli. La più popolare delle attrici italiane, infatti, sbarca su Raitre con un programma dedicato il racconto delle storie dei transessuali. Come titola il quotidiano diretto da Pietro Senaldi? “Raitre da Telekabul a teletrans”. E nel leggere il pezzo di Gianluca Veneziani, per quanto il giornalista si sforzi di evitare gaffe, è davvero difficile capire per quale motivo la Ferilli non dovrebbe occuparsi di questa materia. La seconda notizia, riguarda la polemica sul cartellone pubblicitario di un’associazione antiabortista, (Provita) che appare in formato gigante sulla testata di un palazzo di Roma, accompagnato da questo slogan: “Tu eri così a 12 settimane…”. Finale ad effetto: “… ed ora sei qui perché tua mamma non ha abortito”. La terza notizia, invece, arriva dall’Iran, dove in una surreale trasmissione televisiva dedicata alla partita di Champions fra Roma e Barcellona, con un gioco di video-ritocco, si sono fatte quasi sparire le mammelle ben pronunciate della lupa capitolina (presenti nel logo della società). Troppo ardite, troppo licenziose, evidentemente, per gli occhiuti controllori della televisione persiana.
La giunta Raggi medita di intervenire con la censura
Qualcuno si chiederà che cosa abbiano in comune queste storie. Tutto, direi. Perché tutte e tre, ci offrono la possibilità di una riflessione non banale, ed entrano in cortocircuito una con l’altra. Non c’è dubbio ad esempio, come scrive Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, che la denuncia di un “braghettone” grottesco come quella che ha subito il logo della Roma, sia un modo per misurare la stupidità dei censori del canale di Stato iraniano. Ma è già più difficile trovare in Italia un progressista capace di opporre argomentazioni sensate allo stuolo di consiglieri comunali donne che nell’aula capitolina ieri hanno chiesto la rimozione del manifesto con il feto. E addirittura della giunta Raggi che medita di intervenire applicando un codicillo contro le pubblicità ingiuriose, denigratorie, sessiste o razziste. Per quel che mi riguarda sono uno strenuo difensore della legge 194, una legge che, il caso di dirlo, ha prodotto una riduzione statistica impressionante degli aborti praticati, e un cambiamento positivo e costante per cui ogni anno diminuisce il numero delle interruzioni di gravidanza che vengono praticate nel nostro paese (si tratta di un dato statistico, non di una opinione). Allo stesso tempo, proprio perché parto da questa convenzione, non capisco perché dovrebbe essere censurato il manifesto di Provita. Non ne condivido, il messaggio, ovviamente, ma questo è irrilevante.
Esprime un suo punto di vista radicale

Noi non siamo talebani, la democrazia non ha paura di nulla, se non di quello che nega la democrazia e la libertà. Per me, un abortista ha tutto il diritto di rivolgersi al pubblico con la campagna di comunicazione che più gli aggrada. Questo non offende le donne, non offende i bambini: Provita sta semplicemente esprimendo un suo punto di vista radicale, molto fermo senza dubbio, anche provocatorio, se vogliamo. Ma la democrazia, esattamente il luogo in cui ogni giorno, chi ha opinioni diverse vede riconosciuto il diritto di raccontarle, di esprimerle, di provarle a far diventare da minoranza a consenso. “Io donna che ho abortito – mi ha scritto un ascoltatrice di radio24 stamattina – mi sento offesa e ferita da quella campagna”. Lo capisco. Ma anche quando questo accade, è un prezzo che si deve pagare alla libertà. Anche io mi sento offeso da tanti messaggi pubblici che non condivido. Ma certo non mi viene in mente l’idea di farli censurare.
In un paese civile è un bene che la televisione racconti tutto
E così arriviamo al pezzo di Libero, la terza “talebaneria” di giornata. Non è un caso che sia proprio Sabrina Ferilli, una donna che coraggiosamente scelse di fare da testimonial della campagna referendaria favore della procreazione assistita, una donna che da sempre dice la sua senza farsi porre limiti o bavagli, ad accettare di condurre un programma che affronta il tema dei trans. Gianluca Veneziani, cercando il gioco di parole da prima elementare, scrive che si tratta “di un programma di minchia se non di micchia” (uh uh uh, che ridere). Veneziani prova ad argomentare, con un volo carpiato “Che essere trans, è il programma stesso a dirlo, non è il prodotto della libera scelta di chi vuole provare altre esperienze sessuali, ma è la conseguenza di uno stato di disagio”. E attacca: “Dietro questo racconto c’è sicuramente traccia dell’ideologia gender che celebra la disgiunzione tra sesso biologico orientamento sessuale”. Ma perché? Come si fa a dirlo di un programma che ancora non si è visto, con un giudizio che sicuramente è vincolato da un postulato altrettanto ideologico di quello che vuole denunciare? Mistero. In un paese civile e non talebano, in realtà, è un bene che la televisione racconti tutto, con coraggio e curiosità. E quindi Forza Ferilli, alla faccia dei censori.

6 aprile 2018
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