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Ormai ogni concerto di Bob Dylan si porta dietro una domanda: cosa spinge il più decorato genio della musica popolare a vivere in tournée da trent’anni? Esattamente dal giugno del 1988, da quando ha cominciato il “Never Ending Tour” (anche se negli anni Mr. Zimmerman ha inevitabilmente manifestato un certo fastidio nei confronti di questa etichetta), con una media di un centinaio di concerti all’anno (con una pausa nel 1997 per una grave infezione cardiaca). Nessun intento auto celebrativo, figuriamoci, lui che si è dimostrato un implacabile destabilizzatore del suo mito, fino a rendere irriconoscibili i suoi brani, senza troppo curarsi della qualità delle performance, qualche volta eseguite da dietro una tastiera. In questi concerti ad esempio, suona il pianoforte. Si alza soltanto per raggiungere, con andatura caracollante, il centro palco per le sue performance da crooner distratto che esegue, chissà perché, con le gambe larghe e una posa da Elvis in pensione standard come “Autumn Leaves”, “Once Upon A Time”. Dylan è tornato in Italia: stasera ha suonato il primo di tre concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma (si replica domani e il cinque aprile), il 7 sarà a Firenze, l’8 a Mantova, il 9 a Milano, il 25 a Genova e il 27 all’Arena di Verona. I concerti di questo tour si articolano in una ventina di canzoni che pescano in un repertorio sconfinato e in parte giustamente leggendario: quanti artisti ci sono che hanno vinto il Nobel per la Letteratura e l’Oscar e il Golden Globe (per “Things Have Changed” la canzone dal film “Wonder Boys” di Curtis Hanson che apre il concerto), il Pulitzer per la Letteratura e il Grammy (otto in tutto), e che poi ha ricevuto la Legion d’Onore francese, il Kennedy Center Honors, il premio Principe delle Asturie e una serie di Lauree ad honorem? Come ha sempre fatto, Dylan continua per la sua strada, almeno apparentemente indifferente a tutto ciò che gli succede attorno (cosa c’è di più dylaniano di andare a ritirare il Nobel solo quando il suo tour passava da Stoccolma?). E’ un po’ questo il messaggio che da qualche anno trasmettono i suoi concerti che, per altro sono ormai oggetto di culto per i collezionisti di bootleg e feticisti delle scalette. Lui e la sua band (con il fedele Tony Garnier al basso, Charlie Sexton e Stu Kimball alla chitarra, Don Herron alla pedal steel guitar e violino e George Receli alla batteria) seguono un loro discorso, poco importa se in qualche occasione l’atmosfera sia un po’ sgangherata e il mito, che il 24 maggio compirà 77 anni, sempre più segnato dal tempo, avvolto in un’ aura di indifferente distanza. All’Auditorium Parco della Musica (tre concerti, tre sold out) comunque si avvertiva il desiderio di celebrare uno dei pochi musicisti che, negli ultimi cinquant’anni, possono dire di aver contribuito a cambiare il mondo. C’è chi lo ha visto decine di volte, chi viaggia dietro il suo tour, e quelli che sono qui per vederlo per la prima volta. Tutti comunque aspettano i classici della leggenda, come “Don’t Think Twice It’s Alright”, “Highway 61 Revisited”, “Desolation Row”, “Simple Twist of Fate”, oppure “Blowin’The Wind” e “Ballad of a Thin Man” che chiudono il concerto. Il concerto del premio Nobel che sapeva vivere solo in tournée.    



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