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Al vertice di Varna tra l’Unione europea e la Turchia si può parlare di tutto tranne che di una cosa: un Muro di ferro e cemento, lungo più di 800 chilometri, pattugliato giorno e notte da mezzi militari pagati con i fondi di Bruxelles. La notizia viene riporta sull’Espresso in un  reportage condotto con il consorzio di giornalismo investigativo Eic.
Si sta infatti discutendo molto dei miliardi promessi alla Turchia: Ankara rivendica il pagamento della seconda tranche da 3 miliardi di euro dell’accordo firmato il 18 marzo 2016 in tutta fretta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel con il presidente Erdogan per chiudere le frontiere e tenersi tre milioni di profughi siriani in cambio di 6 miliardi di euro complessivi. Erdogan adesso batte cassa e chiede la seconda tranche di 3 miliardi di euro perché reclama che i patti si devono rispettare.

Ma a che cosa sono serviti questi fondi europei? Oltre che ad assistere i profughi, a costruire un Muro e a dare alla Turchia i mezzi bellici che vengono utilizzati non solo per arginare i rifugiati ma anche per condurre l’azione militare nella regione curda della Siria. Un’operazione condannata dalla Nazioni Unite e contro ogni regola del diritto internazionale: le truppe turche hanno fatto centinaia di morti tra guerriglieri e civili provocando un’’altra ondata di profughi interna alla Siria di oltre 200 mila persone.
In sintesi: l’Unione aiuta Erdogan a contenere i rifugiati e lui con le sue azioni militari ne “produce” altri. L’ipocrisia dell’Unione, e degli Stati Uniti alleati dei curdi siriani contro l’Isis, ha raggiunto livelli inestricabili. Se a questo di aggiungono il caso della Libia, una guerra voluta dalla Francia di Sarkozy, e le ondate di profughi “deviati” con la chiusura della rotta balcanica verso l’ex colonia italiana e sulle nostre sponde, non si capisce bene dove vada a parare l’Unione che tra l’altro non riesce neppure a fare accettare modeste quote di rifugiati agli stati membri dell’Est come la Polonia. Chi chiede i danni per l’Italia?   
La Turchia _ dopo il fallito golpe del luglio 2016 un grande di carcere per giornalisti e oppositor _i è dunque il Paese al quale dunque l’Unione europea ha affidato il controllo militare delle frontiere per non vedersi recapitare i profughi siriani in casa. La signora Angela Merkel, buona tattica ma modesta stratega, pur di bloccare i rifugiati ha accettato non solo che Erdogan ricattasse l’Europa ma che avesse a disposizione anche più mezzi militari di supporto per condurre l’offensiva in Siria. L’inchiesta del consorzio giornalistico dimostra che i blindati, equipaggiati con radar, sensori termici e telecamere ottiche _ in grado di avvistare un rifugiato a 10 chilometri di distanza dal Muro _ sono stati assegnati ad Ankara con fondi comunitari e gare d’appalto europee che hanno naturalmente premiato le aziende turche.
Il Muro e i blindati sono diventati un apparato non soltanto tattico ma anche strategico. L’Operazione “Ramoscello di ulivo” ad Afrin, condotta dai turchi contro le forze curde alleate degli Stati Uniti, si è infatti rivelata una gigantesca operazione di pulizia etnica: i curdi siriani possono soltanto scappare verso sud e a est ma non attraversare la frontiera con la Turchia.
In poche parole l’Europa ha contribuito con i nostri  soldi a regalare a Erdogan quella “fascia di sicurezza” che vuole la Turchia ai confini con la Siria e che un giorno la stessa Merkel aveva promesso ad Ankara contro lo stesso parere degli Stati Uniti: qui la Turchia ha schierato le milizie filo-turche costituite da ribelli anti-Assad e da jihadisti riciclati che dovranno insediare o reinsediare la popolazione araba al posto di quella curda.
Ma con quale faccia chiediamo a Erdogan di rispettare le leggi europee e internazionali quando la stessa Unione si  è resa complice della costruzione di un Muro di 800 chilometri che serve non solo a bloccare i profughi ma anche a soddisfare le ambizioni neo-imperiali di Erdogan? Il 4 aprile a Istanbul si incontrano Putin, Erdogan e  il presidente iraniano Hassan Rohani: non ci sarà da meravigliarsi se saranno loro a decidere le sorti della Siria e di un pezzo del Medio Oriente.

26 marzo 2018
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