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Alla luce della pubblicazione di “Le Kov”, una cosa è certa: la peculiare eredità culturale che contraddistingue Gwenno Saunders è per la stessa una questione serissima, centrale in ogni parte del suo processo creativo. A ben vedere, sarebbe stato ben più strano il contrario: nata e cresciuta a Cardiff da madre gallese e padre dalla Cornovaglia, in famiglia ha respirato un’atmosfera tutt’altro che inglese, imparando dapprima le rispettive lingue dei genitori (quella del padre, il cornish, parlata soltanto da 600 persone in tutto il mondo) e solo in seconda battuta quella dei ben più famosi e ingombranti vicini. Già da prima di entrare a far parte delle Pipettes (per le quali si può tranquillamente dire che sono state ben più di una “semplice” girl-band) la ragazza applicava le sue inconsuete conoscenze linguistiche in brevi Ep dal taglio trance e dance-pop. Flash-forward al 2018, e quel ricchissimo patrimonio, pieno zeppo di tradizioni e leggende, è il perno attorno a cui far ruotare tutto il resto, il motore da cui trarre tutta l’ispirazione necessaria.

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Interpretato integralmente nella lingua del padre (peraltro stimato poeta e attivo promotore della salvaguardia della cultura cornish), con testi ricchi di riferimenti ai miti della Cornovaglia, a suoi vecchi modi di dire e alla centralità della donna nella storia della regione, il secondo album della musicista ripropone indubbiamente molti degli elementi stilistici che avevano contraddistinto il precedente “Y Dydd Olaf” (batterie motorik, synth rarefatti e dal tocco onirico, spunti library, voce pacata e dal tocco narrativo).Intensificando ulteriormente la vena psichedelica e l’elaborazione degli arrangiamenti, nonché il dinamismo pop delle melodie, il secondo album di Gwenno escogita una versione più ammorbidita e lirica dell’estetica di partenza, allo stesso tempo ancor più suggestiva e intensa, in cui lasciar dialogare passato e presente nel pieno delle loro possibilità di integrazione e comunicazione, per un lavoro capace di risultare primigenio e corrente, atmosferico e trascinante allo stesso tempo. Una simile abilità evocativa in ambito pop è merce rara.
Ben più che gli Stereolab, come per l’ex-compagna di avventura Rose Elinor Dougall, la compianta Trish Keenan con i suoi Broadcast costituisce l’influenza più tangibile, nel caso di Gwenno apertamente dichiarata. Se efficace, l’accostamento rimane comunque alquanto approssimativo, a maggior ragione se si considera tutto il contesto in cui il nuovo album si inserisce. La palette sonora e le scelte espressive risentono infatti profondamente della complessa impalcatura concettuale prescelta, indubbiamente ben più ampia e disinvolta nei movimenti rispetto alla maggiore ristrettezza tematica del debutto, tutt’altro però che sfilacciata.Se non altro, anche nei momenti più sbarazzini, quelli in cui il trasporto ritmico e pop si fa più acceso (il bel singolo di lancio “Tir Ha Mor”, con groove di basso e interessanti costruzioni sintetiche; le complesse architetture motorik di “Eus Keus?”, dal buffo ritornello che sfrutta un antico modo di dire cornico) traspare sempre un’aura di mistero, un velo di indefinitezza che avvolge anche il ritornello più brillante e la melodia più articolata in una bolla atemporale, che fa dialogare epoche distantissime nel più naturale dei connubi.
Nessun ricorso a banali operazioni di stampo dream-pop, a semplicistiche evocazioni fatate: anche per fugare un simile sospetto, le interpretazioni non indugiano mai in eccessi setosi, piuttosto ponendosi su un registro medio, tutt’al più accentuato laddove il contesto lo concede. A ricreare l’atmosfera d’incanto, priva di precise coordinate temporali, sono più che sufficienti tutti gli accorgimenti, specialmente dal punto di vista stilistico, messi in atto per l’occasione. La ballata d’apertura “Hi A Skoellyas Liv A Dhagrow”, ad esempio, racchiude un nucleo melodico dai polverosi sapori folk, sospeso in un mare di synth appena cullati e un ricco organico strumentale da soul anni 70 composto da archi, sassofono e pianoforte, usati con una libertà e una freschezza tali da supportare l’andamento ondivago e fluttuante della composizione. “Hunros” pare quasi trarre le mosse dai classici del pop francese d’antan, modulati però secondo l’ottica hauntologica della Ghost Box, con i richiami ritmici a malapena sottintesi dall’andamento del brano. E il gioco al massacro delle convenzioni va avanti nella più assoluta continuità.
Con una sola lieve battuta d’arresto (l’eccessivo trascinarsi di “Den Heb Taves”, sorretto da un’interpretazione sempre fine a se stessa e una melodia alquanto ciondolante), “il luogo della memoria” (questa la traduzione del titolo) di Gwenno si concede una sorpresa dopo l’altra, dimostrando tutta la propria maestria narrativa e sonora in un prodigio psych-pop dopo l’altro. “Jynn-amontya” mostra l’autrice al massimo delle sue ambizioni library, tra batterie piacione, spizzichi di mellotron, registrazioni naturali e flauti in scia sunshine-pop, per una esilarante dispersione di ogni tipo diriferimento. Laddove “Aremorika” scava nel mito e nella storia, guardando indietro addirittura ai tempi dei Galli, in una progressione diluita a tal punto da lambire territori di puro ambient-pop, la precedente “Daromres Y’n Howl”, che si avvale della collaborazione di Gruff Rhys nel serrato botta e risposta vocale, è una corsa imbizzarrita ricca di suggestioni kraute, alchimie analogiche dei tempi andati, linee pianistiche dal leggero retrogusto jazz, per l’armonia stilistica più elaborata del prodotto.Anche a non comprendere una parola dei testi (per quelli servono le traduzioni fornite dalla stessa Saunders), il manifesto programmatico, a sostegno di un intero patrimonio culturale che rischia di estinguersi un’altra volta, si regge perfettamente in piedi anche col supporto della musicalità di una lingua che sa comunicare anche con i soli significanti. Di questo passo, potrebbe addirittura venirci la voglia di scappare in Cornovaglia per apprendere il cornish.
(26/03/2018)

Ondarock

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