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Visto da qui non si capisce perché non ci sia ancora il governo. «Matteo fa il premier. Coi 5 stelle ci si accorda per le cose da fare. Via la legge Fornero e i clandestini. Giù le tasse. Poi si va al voto. E siccome abbiamo fatto le cose e siamo credibili, si torna a votare e rivinciamo noi», traccia la road map senza curve Luigi Carozzi, sindaco leghista di Pontida provincia di Bergamo, sede dello storico pratone di mille giuramenti da Umberto Bossi a Matteo Salvini. Roma è lontana 620 chilometri. Sembra un pianeta di un’altra galassia. Qui la Lega non va mai sotto il 40%. Su 3300 abitanti uno su tre è leghista, contando pure i neonati. 

Dal voto di marzo sono passate più di tre settimane. Marinella dietro al bancone del bar Arcadia strizza gli occhi dalla fretta: «Non capisco cosa ci sia ancora da discutere. Abbiamo vinto e governiamo noi. I 5 Stelle hanno avuto la Camera. Forza Italia il Senato. A noi tocca il Governo. Se a qualcuno sono venuti i mal di pancia, se li faccia passare. Per me sono meglio di Silvio Berlusconi che non aspetta altro di fare l’accordo col Pd». Che il leader di Forza Italia qui non fosse molto amato lo si sapeva. Qualcuno voleva che la Lega corresse addirittura da sola. Arveno Mazzoleni, 61 anni, vice sindaco, imprenditore settore trasporti, guarda molto avanti, davvero tanto: «Il berlusconismo è acqua passata. Siamo nelle mani di Matteo Salvini. Sono venti anni che aspetto questo momento». 

In questo paesino dove Bergamo è già il Sud, la Lega ha le sue fondamenta. «Secessione» e «Prima il Nord» ce l’hanno nel Dna. Nei decenni hanno digerito la devolution, Umberto Bossi messo di lato, le scope di Roberto Maroni e ora pure la Lega che non è più nemmeno Nord. Adesso sognano solo la rivincita come dice uno dei tanti pensionati sulle panchine al sole del Bar B dall’altra parte della strada: «A me i 5 Stelle non mi piacciono, ma sono meglio del Pd di Matteo Renzi che ha fatto solo danni. Se Beppe Grillo dice che Matteo Salvini è un uomo di parola, va bene. Spero che lo siano anche loro. Non c’è bisogno di una grande alleanza. Due o tre cose da fare insieme si fanno. Poi si vota e ognuno per la sua strada».  

A chiedere quali sono le cose «da fare insieme» gira e rigira si torna sui soliti argomenti, dall’abolizione della Fornero ai migranti che vanno tenuti alla porta, dalle tasse da tirar giù a pochissimo altro se non una legge per un nuovo voto che garantisca un vincitore. Il modello elettorale elaborato a Pontida – ne tengano conto a Roma – lo enuncia Maurizio Teruzzi, leghista da sempre, girando il cucchiaino nel caffè al bar Arcadia: «La coalizione che vince, vince e basta. Io lo so che adesso dobbiamo discutere coi 5 Stelle. A metà di noi non piacciono. Alla metà di loro di sinistra non piaciamo noi. Ma quando le cose inizieranno a girare vedi come cambia tutto. Via i vitalizi ai politici. Via la legge Fornero che ferma il lavoro e non ci fa andare in pensione. Abbassiamo pure le tasse. Ma si scordino il reddito di cittadinanza, che noi la pizza a quelli del Sud che non vogliono lavorare, mica gliela paghiamo».  

Il tema è spinoso. Le aperture della Lega ci sono. Ma il sindaco Luigi Carozzi non ci sta: «La gente che ha bisogno viene da noi in Comune. Noi li aiutiamo perchè le leggi ci sono già. Non c’è bisogno di inventare altre». Ma alla fine pure questo è un dettaglio. Quello che conta davvero è andare finalmente al governo da leader. Dopo vent’anni non sembra più un miraggio. Ma dalla panchina davanti al Bar B a questo punto non si fanno più sconti a nessuno: «O la Lega porta a casa qualcosa adesso, oppure non la votiamo più». 

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