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REGGIO CALABRIA. Non sa, non ricorda, non ha mai conosciuto o incontrato deputati e senatori del suo schieramento, o sottosegretari dei suoi governi. Silvio Berlusconi si presenta in aula per testimoniare a difesa del suo ex ministro dell’Interno e delle Attività Produttive, Claudio Scajola, attualmente imputato a Reggio Calabria con l’accusa di aver aiutato l’ex deputato di Forza Italia, Amedeo Matacena, da anni latitante a Dubai, a sfuggire ad una condanna per mafia e ad occultare il suo immenso patrimonio. Ma il contributo che il capo politico di Forza Italia può dare è pressoché nullo. E non solo perché – a quanto riferisce – gli sbalzi di pressione durante il volo gli hanno causato più di un problema alle orecchie, dunque sente poco e male le domande che gli vengono rivolte. In aula quella che sembra difettare non poco all’ex premier è la memoria.  Berlusconi non ricorda Amedeo Matacena, parlamentare della sua maggioranza nel ’94 poi non ricandidato perché inciampato in un processo per mafia, conclusosi con una condanna che l’ex politico dribbla da anni. “Non è mai stato un protagonista della nostra parte politica, il suo nome – dice l’ex premier, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – mi è praticamente sconosciuto. E non conosco neanche le sue attività imprenditoriali”. Eppure all’epoca, quando Matacena, armatore calabrese padrone del traghettamento fra Reggio Calabria e Messina, è stato convinto a rinunciare alla candidatura più di qualche malumore c’è stato. Ma Berlusconi nulla sa dire. “Tutto passava da Scajola, che era il coordinatore nazionale di Forza Italia – spiega – Certo c’erano dei criteri, ma non siamo come il movimento Cinque Stelle, che per una multa rinuncia ad un candidato”.L’ex deputato azzurro Matacena però non è l’unico ad essere caduto nel dimenticatoio. Resettato dalla memoria di Berlusconi è stato anche il suo ex sottosegretario all’istruzione Giuseppe Pizza, balzato agli onori delle cronache per la lunga battaglia legale per la proprietà del simbolo della vecchia Democrazia Cristiana, di cui è oggi l’unico legale proprietario. “Niente – afferma Berlusconi – il suo nome non mi dice nulla”. Nessun ricordo poi sovviene all’ex premier riguardo Amin Gemayel, ex presidente libanese ricevuto a palazzo Grazioli su sollecitazione di Scajola e per l’accusa “garante” del tentativo di trasferire il latitante Matacena in Libano. “Solo controllando le agende mi sono reso conto di averlo ricevuto a colazione, ma la sua presenza – sottolinea -non deve avermi particolarmente impressionato”. E al procuratore aggiunto che gli chiede come mai abbia deciso di incontrare un perfetto sconosciuto si limita a rispondere “non ero più capo del governo, ma ero comunque il personaggio politico più in vista del Paese. Ero il numero uno della politica e il numero uno dell’imprenditoria, quindi in tanti ci tenevano a conoscermi”. Certo, non a tutti veniva concesso il privilegio di un incontro “ma alla luce della presenza di Scajola suppongo – dice Berlusconi – sia stato lui a sollecitarlo”. Oggetto della “colazione” a palazzo Grazioli? “Gemayel voleva ricandidarsi alla presidenza del Libano ed era interessato a conoscere gli argomenti da me utilizzati in campagna elettorale” afferma l’ex premier, che più di questo – afferma – non sembra riuscire a riferire. Niente poi ricorda Berlusconi del proconsole italiano del politico libanese, quel Vincenzo Speziali che sognava una candidatura in Forza Italia ed è nipote dell’omonimo ex senatore Pdl, Vincenzo Speziali senior, anche lui cancellato dai ricordi del capo politico di Forza Italia. “Eravamo una moltitudine – si giustifica l’ex premier – e l’attività governativa assorbe molto. Ricevevo addirittura 50-52 telefonate al giorno” dice l’ex premier al procuratore Lombardo, che laconico commenta “Solo? Avrei detto di più”. Ma alle sue domande non ottiene risposta concreta alcuna. Soprattutto se hanno a che fare con il Libano. “Non ho mai avuto a che fare con il Libano e non conosco nessun politico libanese” ci tiene ad evidenziare Berlusconi. “Non so chi sia l’ex premier Hariri o il generale Aoun” aggiunge su sollecitazione del procuratore Lombardo. E forse non a caso. Per il padre padrone di Forza Italia, il paese dei cedri in fondo rimane un tasto dolente. È lì che è stato arrestato da latitante quello che per anni è stato il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri. “Da lui – dice Berlusconi interrogato – non ho mai avuto comunicazione della sua volontà di andare in Libano. Ma mi è sempre sembrato difficile pensare che la decisione di andare lì fosse attribuibile alla volontà di fuggire perché c’era un trattato di estradizione”. La mossa del suo ex braccio destro – sostiene – sarebbe stata mal interpretata. Eppure, le domande sul punto sembrano impensierirlo non poco, come sembrano impensierire il suo legale, l’onorevole Niccolò Ghedini, che lo ha seguito come un’ombra in aula, nonostante Berlusconi non avesse l’obbligo di essere sentito alla presenza del suo avvocato. “Dell’Utri – conclude Berlusconi-  è stato preso in un albergo di lusso, in un paese con il quale c’era un trattato bilaterale di cui era a conoscenza, quindi – aggiunge ancora l’ex premier – mi sembra una cosa di una stupidità assoluta pensare che quella fosse una fuga”. A meno che Dell’Utri, a differenza di Berlusconi, non ricordasse che il trattato con il Libano non è valido per i reati di mafia. Ma anche su questo punto l’ex premier non ricorda o non sa dire.  



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