CONDIVIDI



«Quest’anno è meglio che qui i candidati non si presentino: troveranno solo indifferenza e spalle girate». La Pescheria di Catania, la «piscarìa» celebrata nella letteratura come nei documentari tv sulla città e sulla Sicilia, è in crisi e la colpa sarebbe dei politici. A girarla, è come se il folclore inseguito dai turisti, fatto di polpi vivi nelle cassette e di venditori che maneggiano con abilità coltellacci e grosse fette di pesce spada, abbia lasciato il posto alla depressione e allo sconforto per un futuro che non si intravede. Piazza Alonzo di Benedetto è ad una scalinata dalla scenografica piazza Duomo con l’elefante simbolo della città, il municipio e la cattedrale con le reliquie della patrona Sant’Agata e le spoglie di Vincenzo Bellini.  

Eppure, aggirata la fontana dell’Amenano e scesi quei pochi gradini, l’atmosfera cambia: è triste, lontana anni luce dallo sfarzo barocco del centro storico e dalla città splendente che ha appena finito di festeggiare Sant’Agata: tre giorni in cui tutto si ferma e tutti si mettono alle spalle i problemi, tra fede sincera e fede esibita, tra venditori ambulanti di torroni e di carne di cavallo e tavole calde aperte giorno e notte che friggono arancini a decine di migliaia. Perchè su piazza Alonzo di Benedetto, il malandato cuore della «piscarìa» vecchio di duecento anni, con le sue bancarelle e le sue cassette di pesce fresco appena pescato, è calato il silenzio. Nemmeno più le «vanniate» si sentono, cioè le grida dei venditori che declama(va)no la bontà del loro pesce e i prezzi a buon mercato.  

Tra le bancarelle di pesce ogni tanto spuntano i banchetti con le spezie: «Ma sono per i turisti – dice Christian, 25 anni, che le vende – i catanesi queste cose le cercano nel supermercato sotto casa, figurati se arrivano fino a qui e infatti la pescheria sta morendo». Secondo dati dell’associazione di categoria che aderisce a Confcommercio, negli ultimi cinque anni gli incassi sono calati di oltre la metà. Non manca il pesce, e nemmeno la frutta, le carni e i salumi che completano l’offerta; no, mancano proprio gli acquirenti. «Per chiudere il centro storico hanno spostato le linee degli autobus e chiuso al traffico le strade qui attorno», spiega Enzo Napoli, 52 anni, che gestisce un banco del pesce nell’altra agorà del mercato, piazza Pardo, sotto gli archi della Marina e le mura medievali della città dedicate a Carlo V: «I clienti sono diminuiti e noi non sappiamo più come convincerli a tornare».  

«Il mio titolare è qui da 50 anni – dice il fruttivendolo Angelo, in via Gisira – ma gli affari non sono più quelli di una volta, aumentano i supermercati ma non i clienti e qui non viene più nessuno». Il risultato è che oggi alla Pescheria ci sono in tutto circa 150 operatori: «Erano 400 solo quindici anni fa – assicura Nino Bonaccorsi, rappresentante degli operatori della Pescheria e titolare di una salumeria – ma la continua nascita dei grandi centri commerciali e le politiche dell’amministrazione cittadina che pensa più ai turisti e all’immagine piuttosto che a chi deve portare il pane a casa, hanno creato questa situazione». Nell’altro mercato storico di Catania, la “Fera ‘o luni” di piazza Carlo Alberto, negli ultimi anni sono arrivati i cinesi che hanno rilevato, contanti in mano, decine di attività. Ma qui i palloncini rossi davanti agli ingressi delle botteghe non sono mai comparsi: «Le sembra un caso? – dice Bonaccorsi – è la prova provata che qui non vedono una redditività del mercato».  

Le imminenti elezioni politiche non sono l’oggetto di discussione: «Non cambierà nulla», è la frase più sentita. Piuttosto si guarda a qualche mese dopo, alle Amministrative che ci saranno in tarda primavera. Il sindaco Enzo Bianco è alla scadenza del mandato e ha già detto che si ricandiderà, con o senza accordo tra i partiti che lo hanno sostenuto finora. Ma a sentire il pescivendolo, il macellaio, il fruttivendolo e anche il giovane venditore di spezie «qui dobbiamo votare per cambiare, chi c’è stato finora non ha fatto nulla per noi; diamo fiducia a chi non ha responsabilità». Insomma, altro che astensionismo, la Pescheria sembra diventata una roccaforte a cinque stelle anche se in realtà a Catania il condizionamento del voto in diverse fasce di popolazione non è certo un mistero e dunque nulla è mai scontato. «Qui bisogna distinguere tra catanesi popolo e catanesi vip – dice il signor Pippo, macellaio di via Pardo con una bottega che prima era del padre e studi interrotti in ingegneria elettrotecnica – i primi sono il 90 per cento e sgobbano ogni giorno per un reddito, gli altri sono quegli ignoranti della classe politica che sembrano vivere in un altro mondo e non si rendono conto che chiudere una strada per fare passeggiare l’elite della città significa la morte per chi insegue il cibo. Il rossetto e il profumo fanno piacere nell’alta società, ai poveri invece possono solo dare fastidio». 

«Qui diventerà tutto un Teatro Massimo, chiuderanno tutti e apriranno solo pub». Christian, il venditore di spezie per turisti, si riferisce alla zona della città attorno al Teatro Massimo Bellini che da tanti anni è dominata dai locali notturni e caratterizzata dalla fuga dei residenti, fenomeno che ha anticipato quanto accaduto ad esempio a Torino, dove San Salvario, quartiere simbolo dell’integrazione, è ora una delle mete della movida. Anzi, c’è chi sospetta che il piano sia proprio trasformare la Pescheria in una grande zona di movida: «Ci stanno dicendo, noi clienti non ve ne mandiamo, così vediamo se ve ne andate», dice sconsolato il pescivendolo Enzo Napoli. «Chi era macellaio o pescivendolo si è trasformato in ristoratore – spiega Dario Leonardi, contitolare dell’Antica Marina, una delle trattorie più gettonate della Pescheria – c’è una trasformazione continua e molti operatori sono andati via, sono rimasti solo i più forti e i più vecchi. Li capisco: qua lavorano davvero solo un giorno alla settimana, il sabato; gli altri giorni è un mortorio». 

Così è accaduto che sabato 3 febbraio, primo dei tre giorni di festeggiamenti dedicati a Sant’Agata, nella Pescheria per la prima volta il raduno delle candelore (gli enormi ceri votivi tra i simboli della festa) si è tenuto tra le bancarelle, cosa vista come un affronto alla devozione: «Nessuno se l’è sentita di liberare la piazza e rinunciare agli incassi dell’unico giorno in cui si guadagna», si giustifica il pescivendolo Salvo. Per questo le elezioni qui sono l’ultimo dei problemi e il rituale tour dei candidati in campagna elettorale, che di solito girano tra le bancarelle a dispensare sorrisi e strette di mano a favore di telecamera, stavolta rischia di essere un boomerang: «Meglio che non vengano – avverte Bonaccorsi -: stavolta ci giriamo dall’altra parte». 

Alcuni diritti riservati.



Source link