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Accantonate le sonorità più folk-rock del precedente album “Youngblood”, Korey Dane inietta una dose di rock’n’roll nelle trame del suo nuovo capitolo discografico, lasciando lievitare il suo songwriting con sonorità più naturali e spontanee. Complice una registrazione analogica, ultimata in soli quattro giorni presso i Valentine Recording Studio di Los Angeles, il folksinger californiano sembra aver trovato una veste sonora più personale e spigliata.

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Purtroppo, pur possedendo una discreta scrittura e una bella voce, Korey non riesce ad allontanare le ombre lunghe di autori come Bob Dylan e Bruce Springsteen, il cui spirito rivive in gran parte delle undici tracce dell’album. “Chamber Girl” è infine l’ennesimo tentativo di riscatto di un autore che non riesce a trovare un’identità precisa, restando ingabbiato in uno stile indie-pop gradevole ma mai particolarmente originale.Le canzoni si ripetono senza particolari intuizioni, al folk-pop accattivante di brani come “Valeria” e “Charlie Handsome” e a quello più rock di “Hard Times” e “Steady Forever 9th Ave”, fa da contraltare qualche ballata più introspettiva (“Always”) e un ambizioso folk-blues cosmico (“Down In A Hole”), senza però lasciare il segno.
Più godibili le due estemporanee rock’n’roll di “Lovesick In A Hotel Wildfire” e “Jay & The Coyote”, che fanno ben sperare per il futuro del cantautore americano, ma non si può tacere del fatto che “Chamber Girls” non sia il primo manifesto di buone intenzioni di Korey Dane e che la nostra fiducia cominci a mostrare più di una crepa.
(09/02/2018)

Ondarock

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