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Niente effetti speciali, semmai «piccole cose quotidiane». Il Matteo Renzi in versione elezioni 2018 ha cambiato l’armamentario stilistico. Se Silvio Berlusconi fa promesse mirabolanti, lui si mostra responsabile. Se Luigi Di Maio sterza e inverte la marcia su Europa ed euro, lui ci tiene ad apparire coerente fin quasi alla noia. Oggi il leader Pd è a Bologna per uno di quei discorsi che potrebbero cambiare in un senso o nell’altro una campagna elettorale per lui difficilissima: alle officine Golinelli presenta il programma economico. «La serietà e il rigore dei conti coniugato ad una politica di crescita. Non venderemo fumo alle nuove generazioni». Più che Renzi, par di sentire il Padoan prima maniera.  

Bando alla retorica berlusconiana del meno tasse per tutti, il Renzi del 2018 punta al voto di chi soffre di più: donne, famiglie numerose, giovani e anziani poveri o non autosufficienti. E dunque: allargamento degli ottanta euro (guai a chiamarlo bonus) a favore di ogni figlio a carico under 18 e alle partite Iva con reddito inferiore ai 26mila euro annui. Quattrocento euro al mese per ogni figlio nei primi tre anni di vita, al quale aggiungere sei mesi di corrispettivo (sottoforma di carta dei servizi) per il congedo di maternità, anche se la mamma torna al lavoro. E ancora, salario minimo e riduzione strutturale del costo del lavoro per tutti: un punto l’anno per quattro anni con il meccanismo della «fiscalizzazione» evitando cioè che la riduzione di quell’onere per le imprese vada a ridurre il montante contributivo della pensione. Il programma Pd promette fino al raddoppio dell’assegno di accompagnamento, graduando l’aiuto tenuto conto delle effettive esigenze del malato. E poi la carta finora coperta: un sostegno di 150 euro al mese per pagare l’affitto a tutti gli under 30 con un reddito inferiore ai trentamila euro l’anno. Se Renzi rivendicasse ancora la politica dei bonus (il problema non è mai il se, bensì il come), lo si potrebbe definire un bonus “antibamboccioni”. La mossa è in ogni caso abile. Eurostat dice che fatta eccezione per la Slovacchia, l’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di under 34 anni che vive ancora con i genitori: sono il 67,3 per cento contro la media europea del 47,9. In Germania sono il 43,1, in Francia il 34,5 per non dire della Danimarca, dove a quell’età sono meno di uno su cinque.  

Il programma è frutto di una lunga elaborazione fra gli esperti del partito, su tutti l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini coadiuvato da Marco Leonardi e Luigi Marattin. Nel gruppo si confrontavano due tesi: una più aggressiva verso le regole europee, una più cauta. Ne è uscito un compromesso che vale più o meno venti miliardi di spesa all’anno, abbastanza per rivedere di almeno mezzo punto gli obiettivi programmatici fissati con Bruxelles. Non il «back to Maastricht» con cui Renzi proponeva nel suo ultimo libro di salire con il deficit fino al 2,9 per cento, ma nemmeno i dolorosi vincoli cui è stato costretto Gentiloni con l’ultima Finanziaria.  
Renzi per primo sa che il Pd non potrà governare da solo, ecco perché sarà interessante capire se e quanto il discorso di oggi strizzerà l’occhio al più naturale degli alleati di questa fase, ovvero Forza Italia. Il no alla flat tax per ora è senza appello: «Il cinquanta per cento dei benefici andrebbe al cinque per cento dei contribuenti», dice il numero due Maurizio Martina. Però giova ricordare che la tassa piatta non riguarda solo le persone fisiche ma anche le imprese. Nel programma Pd c’è ad esempio il sì alla riduzione di altri due punti dell’Ires, già tagliata dal governo Renzi e oggi al 24 per cento. Sarebbe appena un punto sopra l’aliquota prevista dalla riforma fiscale di Trump, che ha tagliato la tassa sui profitti delle aziende americane dal 35 al 21 per cento.  

Twitter @alexbarbera  

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