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Una valigetta ritrovata dopo quasi ottant’anni in un magazzino di una palestra. Dentro ci sono i guantoni, gli scarpini, un casco, tutto il necessario per un pugile. Leone Efrati, detto Lelletto, l’aveva riportata a Roma dall’America, dove nel ’38 diventò una star del pugilato internazionale. Poi nel ’39, rientrato in Italia, le leggi razziali spezzarono prima la sua carriera sportiva, poi l’esistenza. Fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, poi ad Ebensee, dove fu ucciso dai nazisti nell’aprile del ’45. La valigetta è stata ritrovata da Cesare Venturini nella storica palestra romana Audace. A ricordare il pugile ebreo sono stati i figli, in un evento organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah, a cui è stata donata la valigia, e dalla Comunità Ebraica di Roma, assieme alla Federazione Pugilistica Italiana che ha voluto dare un riconoscimento in sua memoria e che a marzo organizzerà un torneo in memoria di Leone. «Ci hanno venduto ai nazisti per pochi soldi – ricorda il figlio Romolo -. Io riuscii a fuggire dal camion, ma mio padre fu deportato». 

Fino all’ultimo match  
Aveva conquistato i ring d’Italia nella categoria dei Pesi piuma. Forte, agile, scattante. Leone combatte con le leggende della boxe italiana: Francesco Bondavalli, Gino Cattaneo, Oberdan Romeo, sono solo alcuni. Si trasferisce in Francia, poi negli Stati Uniti, dove sul ring del mitico Coliseum di Chicago sfida anche Leo Rodak. Nel ’39, quando le leggi razziali avevano già travolto gli ebrei d’Italia, all’apice della carriera, Lelletto decide di tornare a Roma per restare accanto alla sua famiglia. Le federazioni sportive italiane si erano già affrettate ad espellere tutti gli iscritti ebrei. Ma Leone continua ad allenarsi alla palestra Audace, dove assieme ad altri pugili ebrei trova un’isola felice, e dove lascia per l’ultima volta la sua valigetta. Poi arrivano le deportazioni nazifasciste: «Per nasconderci dormivamo nei portoni dei condomini. Vagavamo per la città – ricorda il figlio Romolo-. La mattina ci mischiavamo tra la gente, sperando di essere ignorati. Io avevo sette anni, i miei fratelli erano più piccoli. Per vivere vendevamo le uova. Un giorno papà dopo il lavoro mi portò a prendere un gelato. Fuori dalla gelateria ci fermarono delle guardie fasciste in borghese. Dissero a mio padre “Efrati non ti muovere”. Ci arrestarono e ci portarono al carcere di via Tasso. Consoli e Ceccherelli, i due uomini che ci vendettero, erano lì a riscuotere la ricompensa».  

I delatori facevano parte di una delle numerose bande fasciste che in quel periodo vendevano gli ebrei ai nazisti. «Poi fummo trasferiti nel carcere di Regina Coeli e dopo 21 giorni, il 20 maggio del ‘44 ci caricarono su un camion diretto a Fossoli, da dove gli ebrei venivano deportati nei campi di sterminio – continua Romolo -. Qualcuno mi spinse giù dal camion e io riuscii a salvarmi». A far scappare Romolo da morte certa fu Pacifico Di Consiglio, “Moretto”, di cui la storia è raccontata nel libro «Duello nel ghetto» del direttore della Stampa Maurizio Molinari e di Amedeo Osti Guerrazzi. Romolo era troppo giovane, non ricorda, ma Moretto lo racconta nella sua testimonianza. «Io sono nato due volte – dice Romolo -. Mia madre da lontano vide tutta la scena. Iniziai a correre, salii su una carrozza e vagai per Trastevere prima di ricongiungermi con i miei famigliari». Leone, deportato nei campi di sterminio, è vittima dei macabri combattimenti che i nazisti organizzavano per beffarsi degli ebrei. Un giorno viene a sapere che suo fratello è stato picchiato selvaggiamente dai kapò. Per Lelletto arriva l’ora dell’ultimo match che gli sarà fatale. Si ribella agli aguzzini che lo riducono agonizzante e dopo pochi giorni muore. E’ il tragico destino di un boxer che ha combattuto sino all’ultimo respiro.  

Il riconoscimento dopo ottant’anni  
Dopo la liberazione alcuni tra i delatori finiscono sul banco degli imputati. Difficile riconoscere chi aveva venduto Leone e suo figlio. Le loro vittime sono state tutte uccise nei campi di sterminio. Ma Romolo, ascoltato dal giudice, non può dimenticare i volti di chi voleva mandarli a morire. «Riconobbi subito Consoli e Ceccherelli – ricorda -. Loro si beffavano di me perché ero solo un bambino, invece furono condannati. Vendettero mio padre per cinquemila lire, per me ne ricevettero tremila perché ero piccolo, così funzionava la vergognosa macchina della delazione». E oggi, a ottant’anni dalle leggi razziali, che esclusero gli ebrei italiani anche dallo sport, arriva il riconoscimento a Leone Efrati. Dopo le scuse di Giovanni Malagò per l’epurazione degli ebrei di cui il Coni fu connivente, la Federazione Pugilistica Italiana rende omaggio a Lelletto: «Abbiamo consegnato un riconoscimento alla famiglia di Leone e alla Comunità Ebraica– dice il vice presidente Flavio D’Ambrosi -. Il nostro impegno deve essere nel non dimenticare, nella memoria, per evitare gesti e atti, anche nello sport, che possano offendere i nostri valori. Abbiamo anche accolto una proposta: a marzo, assieme alla palestra Audace, faremo un torneo al Palazzetto dello Sport della Polizia di Stato a Roma, dedicato al grande pugile Leone Efrati». 

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