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BANGKOK – L’uomo indossava una maglietta rosa e una tradizionale gonna longyi birmana di colore azzurro. Qualcuno, forse una telecamera di sorveglianza, lo ha visto avvicinarsi al recinto della villa di Aung San Suu Kyi sul lago Inya a Rangoon e lanciare dentro un ordigno incendiario che poi è esploso senza fare alcun danno. E’ stato il primo attentato, anche se solo con una innocua bomba a petrolio, contro l’attuale presidente di fatto della Birmania, un gesto altamente simbolico e clamoroso mentre la Nobel per la Pace si trovava lontana diverse centinaia di chilometri a Naypydaw, la nuova capitale del Myanmar, dove era atteso un suo discorso per fare un bilancio dei quasi due anni passati dall’ingresso al governo della sua Lega nazionale per la democrazia.Un portavoce governativo ha confermato la notizia senza dare ulteriori informazioni sui dettagli dell’incidente nella villa dove la leader birmana passò più di 15 anni agli arresti domiciliari durante il regime dei generali con i quali è oggi alleata. L’incertezza sulla possibile matrice dell’attentato chiaramente solo dimostrativo è legata al clima reso sempre più teso nel Paese dai diversi conflitti in corso, dal problema dei 600mila profughi Rohingya islamici fuggiti in Bangladesh a causa delle violenze etniche alle altre guerre combattute contro l’esercito birmano negli Stati Kachin e Shan.Quasi esattamente un anno fa l’avvocato Ko Ni, un consulente islamico di Suu Kyi in materie legali, venne ucciso di ritorno da un viaggio all’aeroporto internazionale di Rangoon. Le indagini portarono alla pista di un possibile complotto di militari, prima di finire nel dimenticatoio.La notizia dell’ordigno di ieri arriva nel giorno in cui l’agenzia di stampa Associated Press ha diffuso le prove di altre 5 fosse comuni di Rohingya in un villaggio dell’Arakan, Gu Dar Pyin. Una ventina di testimoni ascoltati nei campi profughi di Cox Bazar in Bangladesh e diversi video girati con i cellulari confermano i nuovi massacri di civili avvenuti durante le rappresaglie per gli attacchi dei ribelli islamici nell’agosto dello scorso anno. Il governo ha finora ammesso solo l’esistenza di una fossa comune con i corpi di dieci Rohingya descritti come “terroristi”. In assenza di rivendicazioni e prove, l’attentato simbolico contro la villa di Suu Kyi potrebbe non avere niente a che fare con il caso che ha messo in cattiva luce la Lady agli occhi della comunità internazionale.



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