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Parlare e scrivere di Bitonto, a telecamere spente e taccuini chiusi,un mese dopo la tragedia che ha portato la cittadina pugliese al centro dell’interesse della cronaca nazionale, almeno per qualche giorno. Provarci. La mattina del 30 gennaio, una pensionata di 84 anni, Anna Rosa Tarantino, come ogni mattina tornava a casa dopo aver assistito alla messa. In uno di quei suggestivi vicoli del centro storico bitontino, incorniciato in una fuga di archi, due killer entrano in azione armati di revolver e pistola automatica, sono 17 i bossoli trovati a terra, la donna viene colpita mortalmente all’addome e un giovane di 20 anni, Giuseppe Casadibari, appartenente ad un clan avverso e obiettivo dell’incursione, viene ferito non gravemente alla spalla. L’antefatto ovvero il fattore scatenante di quella mattina ci proietta in una dimensione cinematografica, purtroppo per nulla nuova ai cittadini di Bitonto che, come sempre più spesso accade, viene sopraffatta dalla vera realtà delle cose: alle 7,15 vengono esplosi una decina di colpi nel centro storico, probabilmente, all’indirizzo di un clan avverso; immediata la risposta in questa prolungata partita a pin pong che dura da anni, alle 7,30 ben 31 colpi vengono esplosi in via Sandro Pertini; la palla deve tornare dall’altra parte del tavolo e siamo alla tragedia delle 8,30.
Una normale serata d’inverno a Bitonto
E’ necessario partire dai passi per capire, incamminarsi nelle strade. Si entra solo a piedi in quello che con orgoglio gli abitanti di Bitonto definiscono il più esteso centro storico della Puglia. Alle 18 di un giorno feriale di gennaio, una serata placida appuntita dal freddo, pochi passanti, varie saracinesche abbassate, una normale serata d’inverno. Per giungere al luogo dell’omicidio si segue un percorso che conferma lo straordinario fascino di questo borgo antico, che rischia di farci scivolare nella retorica: perché si avverte un’aria magica e poetica che ci porta a tifare per questa città candidata a capitale italiana della cultura per il 2020: Bitonto è meritatamente una delle 10 finaliste tra Agrigento Parma Treviso. Quindi si attraversa la maestosa Porta Baresana, si lascia a sinistra il Torrione, per avere subito lo splendore di Piazza Cavour, con la Chiesa di San Gaetano e, davanti, il palazzo SylosCalò con il suo loggiato cinquecentesco collocato al primo piano; si procede per via Principe Amedeo, si incrocia la Cattedrale romanica con il suo matroneo, per immettersi in via delle Vergini, si supera via dei Marteri con l’insegna che indica un forno a pietra e si è all’Arco di Sant’Andrea. No, non credo che si possa essere accusati di retorica: nel silenzio di queste stradine non si può non essere rapiti dalle luci dai colori; e non si può non pensare, nella caratteristica successione degli archi, nella forza di chiese e opere d’arte, alle mani, sì alle mani di chi nei secoli ha messo in queste pietre fatica e ingegno. Questa è la magia, questo è il fascino.Ma più prosaicamente questo breve itinerario è utile per descrivere il primo punto di vista, quello di un curioso osservatore che per la prima volta si trova queste meraviglie davanti agli occhie immagina flotte di turisti assetati di bellezza, iniziative imprenditoriali, lavoro per tanti ragazzi, ricchezza per l’intera comunità. Con questi pensieri si trova poi sul luogo del delitto e tutto sembra evaporare. L’ennesima occasione sciupata in una città del nostro sud.
Il percorso degli assassini

Poi, c’è il secondo punto di vista, segnato da un altro percorso, quello di Anna Rosa, abitudinaria e serena, a casa una sorella cieca da sostenere, i continui lavori di sartoria, perché questa arte non si sospende mai neanche in pensione, non si può rinunciare alla fisicità dei tessuti degli aghi dei fili, al prodotto finito con grazia. Si reca alla prima messa alla chiesa del Monastero delle Vergini, esce per tornare a casa ai suoi collaudatitempi, ma altri spezzano improvvisamente violentemente tutto il suo tempo. Questo punto di vista è la vita di una anziana signora tra casa e chiesa. Poi, ancora, un altro punto di vista, un altro percorso, quello degli assassini. Entrano nei gorghi del borgo da fuori, dall’affollata piazza Caduti del terrorismo, a bordo di ciclomotori sono in via delle Vergini e, quindi, in via delle Marteri. Sicuramente indifferenti a fascino magia silenzi colori luci. Solo violenza, il suono di morte delle armi.
La vivacità economica scomparsa
Bisogna provare a conoscere e capire questa città di 56 mila abitanti. Gaetano De Palma, 44 anni, consulente fiscale, è assessore alle politiche sociali dalle ultime elezioni dello scorso giugno in una amministrazione di centrosinistra: “Nei decenni scorsi Bitonto ha conosciuto una fase di particolare vivacità economica, era il tempo di piccoli e medi laboratori tessili che sfornavano prodotti di qualità elevata anche per i grandi marchi nazionali della moda. Adesso la concorrenza dei nuovi mercati della globalizzazione ha ridotto a qualche centinaio gli occupati nel settore. Resta la grande forza dell’agricoltura con la pregiata produzione dell’olio, in un ampio territorio che si estende da Bari ai confini della Murgia, dal mare verso la collina. L’economia dell’olio, con le sue tante aziende agricole, è la base dell’economia bitontina”.Le dinamiche criminali non sono una novità dell’oggi.
La permanente conflittualità tra clan
A proposito della permanente conflittualità tra clan, il capo della squadra mobile parla di “fuoco che cova sotto la cenere”. Né sono una novità le piazze di droga, a tutti visibili. Visibili, intanto, a chi abita lì intorno, agli amministratori, alle forze dell’ordine. C’è di tutto e vengono giovani anche dai paesi limitrofi. Con una moderna organizzazione: pochi giorni dopo l’omicidio di Anna Rosa, le forze dell’ordine in una di queste piazze hanno scovato un sofisticato impianto di videosorveglianza su un monitor di 46 pollici con ben 14 telecamere disseminate nel borgo antico per proteggersi dagli avversari, siano del clan avverso, siano delle forze di polizia. Successivamente, in un’altra piazza di spaccio vengono scoperte 7 microtelecamere, due addirittura infilate tra i pastori del presepe. Il traffico della droga, e con esso le estorsioni, tiene insieme i clan e al tempo stesso li contrappone gli uni agli altri. I tempi di tregua sono comunque sempre precari, pronti ad un nuovo cruento conflitto per la competizione sul territorio.
“Napoletanizzazione” di questa criminalità
Forse non è azzardato parlare di “napoletanizzazione” di questa criminalità mafiosa, con le pistole in mano ai ragazzini: da un lato capi incapaci di tenere a bada gli affiliati, dall’altro la prospettiva di una rapida carriera all’interno dei clan mostrando aggressività e violenza. C’è chi parla di giovanissimi assoldati a 100-150 euro al giorno per fare la vedetta e di pusher a 200-250 euro giornalieri: “Ci sono ragazzini che fanno una vita normale sino al pomeriggio, come tutti, scuola e famiglia. Poi inizia la seconda vita, c’è il miraggio di un guadagno semplice e facile. E le difficoltà economiche rendono lecito l’illecito”. Solo in questa prospettiva si comprende l’omicidio di fine anno. Non è stato un omicidio per errore perché non esiste l’errore in questo mondo. Ciò che è accaduto è intrinseco alla specificità di queste dinamiche criminali, alla loro qualità, viene messo pacificamente in conto. E’ un dato costitutivo di una mafia segnata da violenza cieca eperdita di lucidità che non teme di colpire una vittima innocente.E’ un dato oggettivo l’abbassamento dell’età anagrafica dei criminali bitontini. Sono l’altra faccia dei “millennial”, quanto l’altra è foriera di speranza nelle professioni, nella politica, nell’impegno civile, tanto questa è reale e tragica portatrice di morte.
Il video con le prodezze di alcuni ragazzi
Si capisce tutto se si va su Youtube a vedere un video offerto dalla Polizia di Stato che immortala le prodezze di alcuni ragazzi. 2 luglio 2013 in Piazza Partigiani d’Italia: sono le 21,45 di una serata estiva, in un luogo affollato; nove ragazzi discutono allegramente tra loro, ignari di una telecamera di videosorveglianza che li sta riprendendo, quando un’auto passa loro vicino; giusto il tempo di riconoscere gli occupanti, subito pronti, prima uno, poi un altro, poi un altro ancora, tirano fuori le pistole e iniziano a sparare ad altezza d’uomo, sì, proprio ad altezza d’uomo; nel minuto e 45 secondi del video si vedono salire a bordo degli scooter e scappare via, nel terrore delle persone che si allontanano. Rischio altissimo, per fortuna nessun ferito. Già cinque anni fa poteva accadere quello che si è verificato il 30 dicembre. La scena si ripete due anni dopo al Luna Park, stavolta un ferito lieve.
Sette casi di lupara bianca tra il 2003 e il 2006
I coraggiosi giornalisti del sito dabitonto.com con il loro mensile cartaceo danno puntualmente conto di ciò che accade, e non da oggi. Nell’ultimo numero del mensile uscito da pochi giorni, si ricordano i sette casi di lupara bianca tra il 2003 e il 2006, i numerosi omicidi frutto dello scontro per il controllo delle piazze di spaccio che contrappone il clan Cipriano al clan Conte. Il giornalista Pasquale Scivittaro, responsabile della cronaca, non usa mezze misure: “E così, probabilmente, ci siamo d’improvvisosvegliati tutti. Ma proprio tutti. A partire da chi questo Stato lo comanda e per troppo tempo non ha ascoltato le (a dir la verità, le pochissime) parole di chi aveva scoperto e denunciato da tempo immemore la pericolosità criminale di questa città”. E’ sempre la solita storia, quella della sottovalutazione, della minimizzazione, della rimozione di una presenza mafiosa (non si tratta più di comune criminalità da illudersi di tenere sotto controllo). Oggi è Bitonto. Appena ieri, questa estate, è stata la Capitanata e il Gargano. Si pensa di ridurre l’area d’allarme alla provincia di Foggia, e si scopre Bitonto. E domani? Tornato indietro a Porta Baresana, tutto appare tranquillo, tutti nello struscio serale. Tutti tranquillamente nella propria vita. E’ impossibile cogliere qualche segno della tragedia avvenuta sui volti dei ragazzi che passeggiano, delle coppie, dei pensionati. Forse è bene che sia così, che la vita prosegua nei suoi percorsi. Però…Producono, e anche questo è bene ed è necessario, una certainquietudine le parole del capo della squadra mobile di Bari.
“Non c’è collaborazione: nessuno ha visto nessuno sa”
Annino Gargano, collaudato investigatore, non sembra che la città di Bitonto abbia la forza di scrollarsi di dosso la morte di Anna Rosa: “Non c’è collaborazione: nessuno ha visto nessuno sa”. A distanza di un mese puntualizza: “Nella strada dove è accaduto l’omicidio con il trambusto di ben 17 colpi sparati, non è possibile che nessuno abbia visto niente”. Per fortuna, le indagini procedono con risultati, ma senza l’aiuto delle necessarie collaborazioni. Ciò si chiama in un solo modo, ed è l’essenza del potere mafioso, è omertà. Forse così si può spiegare perché le visibili piazze di spaccio erano diventate invisibili a tutti. Perché l’omertà in un terra che non ha le tradizioni di Sicilia e Calabria? Qual è il suo fondamento a Bitonto? Del resto, la cittadina pugliese ha caratteristiche criminali ben più solide di altre realtà della provincia barese. Ad esempio, analogamente alla provincia foggiana e diversamente da Bari, ci sono pochi collaboratori di giustizia, inequivocabile sintomo della forza del radicamento territoriale. Di conseguenza ci si scontra con la difficoltà di certificare giudiziariamente l’esistenza di associazioni mafiose, difficoltà direttamente proporzionale all’assenza delcontributo di pentiti e di testimoni. C’è chi sostiene che la paura dipenda dalla sfiducia nelle istituzioni, “dal fatto che il cittadino non si sente tutelato”, dal timore di trovarsi questi ragazzini in armi davanti casa. Bisogna pur dire che si è vista una significativa reazione della società civile: “chiunque altro poteva quella mattina trovarsi al posto di Anna Rosa”. Agisce la domanda fondamentale: perché è stato ucciso un innocente? Perché non è stata differita l’azione criminale? Noi aggiungiamo un’altra domanda: perché si è dovuto aspettare l’omicidio per reagire? Eppure era tutto chiaro da tempo. Perché non si è intervenuto prima? E’ la stessa storia del foggiano quando questa estate furono uccise altre due vittime innocenti, i fratelli Luciani, due onesti lavoratori. Perché solo ora, perché non prima? E’ la domanda che ci accompagna costantemente in tutte le tragedie del nostro Paese. Tutto era prevedibile, quindi si poteva evitare. La risposta chiama in causa la responsabilità di chi non ha visto e non ha fatto, di chi non ha voluto vedere. L’efficiente ministro dell’Interno, in Puglia rischia di diventare il ministro del giorno-dopo. Intervenuto nell’immediatezza a Bari, ha proposto “tolleranza zero”: “Lo Stato non si ferma… Non saranno consentiti nemmeno angoli franchi…”. Basta questo adesso? Probabilmente è sempre più efficace un’azione di contrasto lontana dagli eventi clamorosi, prima dei drammatici fatti di sangue.



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