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Elisabeth Revol è in ospedale, con le mani e i piedi fasciati. Sta tentando di recuperare il più possibile per evitare l’amputazione degli arti, ma è viva e per la prima volta racconta la sua discesa disperata dal Nanga Parbat, la nona montagna più alta al mondo che con i suoi 8.126 metri si staglia nell’Himalaya pachistano. È stata la ‘montagna del destino’ per Reinhold Messner, che lì perse suo fratello Günther, ed è stata la montagna dove Tomek Mackiewicz, alpinista polacco 43enne, ha vissuto le sue ultime ore, prima di spegnersi a 7.200 metri di altezza.Alpinismo, mani e piedi fasciati dopo il congelamento: Elisabeth Revol torna in FranciaPer comprendere cosa voglia dire riuscire a divincolarsi da un colosso delle proporzioni del Nanga Parbat in pieno inverno, bisogna partire dalla fine. Da quella “grande emozione” descritta da Elisabeth nel vedere i soccorritori andarle incontro, a 6.300 metri di altitudine, dopo aver passato due notti senza equipaggiamento, sfidando il “freddo vivo” della montagna. “Mi sono detta ‘Va bene’ e l’emozione ha preso il sopravvento”, ricorda l’alpinista francese parlando del momento in cui ha capito di avercela fatta, di essere sopravvissuta e di poter continuare a immaginare un futuro. Il suo compagno di cordata invece, non ce l’ha fatta. I soccorritori sul Nanga ParbatCondividi  



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