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LONDRA – Marcia indietro sostanziale contro la Ue o mossa tattica contro i suoi avversari all’interno del Partito conservatore? Come quasi tutto nel negoziato sulla Brexit, anche l’annuncio di Theresa May che nella fase di transizione gli immigrati europei non potranno godere degli stessi diritti di cui godranno finché la Gran Bretagna farà parte dell’Unione europea si presta una duplice interpretazione. Quando nel dicembre scorso è stato raggiunto l’accordo sulle condizioni del “divorzio”, inclusi i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito, Londra aveva già indicato che qualcosa sarebbe cambiato dopo il 31 marzo 2019, data in cui il negoziato dovrebbe concludersi, con l’uscita formale della Gran Bretagna dalla Ue. Si era detto allora, per esempio, che dalll’1 aprile 2019, inizio di una fase di transizione di circa due anni, gli immigrati europei dovranno “registrare” la propria presenza in Inghilterra e nelle altre regioni del Paese. Se poi gli arrivati durante la transizione avranno o non avranno il diritto di restare a tempo indeterminato è una questione che – come ha spiegato off the record a Repubblica una fonte del ministero per la Brexit – dovrà essere discussa nella seconda fase del negoziato, nel quadro dei “do ut des” sui futuri rapporti fra Gran Bretagna e Ue. E bisogna inoltre aggiungere che la possibilità di chiedere la registrazione degli immigrati europei esiste in teoria anche ora, per il Regno Unito come per ogni altro Paese della Ue, anche se non è mai stata utilizzata. Si tratta dunque di una differenza più formale che sostanziale rispetto al presente, le cui implicazioni concrete devono ancora essere definite dalle due parti. E tuttavia, venendo dopo che la Ue ha fissato nei giorni scorsi le norme per la fase di transizione, specificando fra l’altro che nulla dovrà cambiare nel trattamento e nei diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, l’intervento della premier conservatrice suona come una presa di distanza, ovvero un ostacolo sulla via della trattativa che potrebbe anche diventare insormontabile e fare franare tutto. Sotto attacco da parte dell’ala più anti-brexitiana dei Tories, May potrebbe avere fatto questa mossa più che altro per ragioni tattiche, di politica interna: respingere l’accusa di essere troppo debole nel negoziato con Bruxelles, di fare concessioni eccessive. Ed evitare così che i suoi avversari nel partito cerchino di defenestrarla in tempi brevi: 40 delle 48 firme necessarie a innescare un voto di sfiducia tra i deputati Tories sarebbero già state depositate. Insomma, la leader britannica è sempre più debole e deve pensare innanzi tutto a restare al potere: il negoziato sulla Brexit verrà dopo. Ma ogni tattica, in questo negoziato dagli obiettivi ancora incerti, può diventare strategia: sottolineare il diverso trattamento degli europei durante la transizione riapre il vaso di Pandora delle difficoltà di un’intesa. Del resto la transizione contiene di per sé una contraddizione di fondo, dal punto di vista britannico. Il Regno Unito dovrebbe uscire ufficialmente dalla Ue a fine marzo 2019. Ma nei due anni successivi tutto dovrebbe restare com’è ora. Cambiare tutto per non cambiare niente, per dirla con il Gattopardo: è questo il dilemma che si delinea all’orizzonte. E che, dopo il rapporto segreto governativo sui danni economici dell’uscita dalla Ue, spinge sempre più inglesi a chiedersi: ma questa Brexit vale davvero la pena di farla?



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