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Per parte di madre, la regista Cristina Comenicini, il ministro Carlo Calenda ha ereditato l’inclinazione a tenere uniti gli opposti. Il nonno lombardo, protestante valdese. La nonna napoletana, cattolica. Sarà per questo che ogni volta che bisogna pensare a qualcuno che unisca trasversalmente la destra e la sinistra il nome in cima alla lista è quello del ministro dello Sviluppo.

Con il centrodestra che veleggia con il vento in poppa, al momento le subordinate sono state messe da parte. E tuttavia una parte di Forza Italia non ha rinunciato a coltivare ipotesi post-elettorali che non contemplano l’alleanza con la Lega. Il protagonista di questa scuola di pensiero è Gianni Letta, ma anche Antonio Tajani non si straccerebbe le vesti se dopo le elezioni Berlusconi rompesse la coalizione con Salvini e Meloni per esplorare strade diverse. Una maggioranza pro-Europa, ad esempio. E qui torna in ballo Calenda. Perché è proprio sul giovane ministro, raccontano in Forza Italia, che il Cavaliere punterebbe per l’incarico da presidente del Consiglio di un governo Forza Italia-Pd-centristi. Certo, in passato Berlusconi non mai lesinato elogi alla «prudenza» e al «garbo» di Gentiloni.

Ma il vero candidato in caso di stallo post-elettorale è il ministro dello Sviluppo. Il quale, a differenza di Gentiloni, possiede due caratteristiche preziose agli occhi dei forzisti: non appartiene al Pd e ormai da mesi ha scavato un solco con Matteo Renzi. Anche con polemiche esplicite, come il recente caso Ilva. Quando il ministro non ha nascosto di aver trovato «eclatante» il silenzio del segretario del pd sul ricorso presentato dal governatore dem Emiliano che ha rischiato di far sfumare un investimento da 5 miliardi di euro. «Ho provato un grande senso di solitudine in questa vicenda», ha detto due giorni fa a un incontro pubblico con il direttore del Foglio. Il ministro da mesi ha accentuato il suo profilo politico su tutti i principali dossier, da Telecom-Vivendi alla disputa con i francesi sui cantieri navali, fino alle polemiche ormai quotidiane con la sindaca di Roma. Lontano dalle etichette, fuori dal Pd, Calenda dice di considerarsi semplicemente «un liberale». Un aggettivo che per i berlusconiani ha un suono melodioso.

Il Cavaliere con Calenda non ha mai stretto un rapporto diretto, ma ne subisce il fascino grazie al gran parlare che ne fa Gianni Letta in ogni occasione. Del resto il milieu familiare aiuta. La madre del ministro, pur essendo un esponente della cinematografia di sinistra (è sposata con il fondatore di Cattleya Riccardo Tozzi, un’altra casa di produzione non certo filoberlusconiana) ha lavorato molto con la Medusa guidata da Gian Paolo Letta, figlio del braccio destro del Cavaliere e cresciuto come manager alla corte di Luca Cordero di Montezemolo. Di cui proprio Calenda era il pupillo. Insomma, gli intrecci sono molteplici.

Ma c’è dell’altro, perché il ministro da qualche mese ha puntato la sua attenzione sulla disgraziata Capitale, facendo filtrare all’esterno tutto il suo sconcerto per l’impreparazione e la sufficienza con cui la sindaca Raggi sta affrontando il tavolo aperto al Mise per provare a salvare la città. «Nel centro storico c’è l’anarchia», ha sparato Calenda un mese fa. E poi in un crescendo, intervistato dal Messaggero, ha accusato Raggi di essere «una turista per caso», una «spettatrice assente» alle riunioni in cui si sta cercando di spendere al meglio i fondi destinati alla città. Agendo quasi da sindaco in pectore, Calenda è arrivato a ordinare di dar vita a «pattuglioni» (la definizione è sua) composti da funzionari del Ministero, da Finanzieri e Carabinieri per svolgere in centro quei controlli anti-abusivi che il comune evidentemente dovrebbe fare ma non fa a sufficienza.

Tanto attivismo ha colpito il Cavaliere e la sua cerchia. Soprattutto i romani (tra cui, guarda caso, rientra anche Tajani). «Calenda sarebbe un candidato civico perfetto per noi», hanno sussurrato all’orecchio di Berlusconi. Oltre che riserva per palazzo Chigi, anche candidato a sindaco quindi. Ma a Roma quando si vota? In teoria nel 2021. Sempre che Raggi non sia condannata in primo grado e costretta a dimettersi. L’udienza per il rinvio a giudizio si terrà il 9 gennaio. E verrà seguita molto attentamente dalle parti di Arcore.

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