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Secondo uno studio da poco apparso sull’americano Proceedings of the National Academy of Science, gli uragani che portano nomi convenzionali da donna (come Katrina o Irma) causerebbero più morti di quelli etichettati con nomi maschili. Il risultato si deriva dai dati relativi ai tassi di mortalità per causa dei fenomeni tra il 1950 e il 2012.

Gli studiosi sono andati avanti a ipotizzare che il fatto potesse dipendere dalla percezione di maggiore pericolo insito in un bel nome “maschio” – “Bruno”, per esempio, più minaccioso del delicato “Camille” – cosicché la popolazione si preparasse meglio a resistere alla perturbazione maschile.

“Per le tempeste severe, dove un’azione protettiva avrebbe la maggiore potenzialità di salvare le vite, la mascolinità o femminilità del nome dell’uragano permette di prevedere il tasso di mortalità”, scrivono i ricercatori, adombrando poi disdicevoli motivi culturali.

Bello, ma purtroppo non hanno tenuto conto che, fino al 1979, tutti gli uragani americani venivano battezzati, senza eccezione, con nomi da donna – cioè, lo studio comprendeva un blocco di 29 anni di soli appellativi femminili per questi cicloni. Inoltre, da allora gli effetti mortali degli uragani sono statisticamente calati.

In altre parole, secondo un funzionario del National Center for Atmospheric Research, forse un po’ dispiaciuto di dover dissentire da un’ipotesi così stimolante e anche politically correct: “Può essere che più persone risultino morire in uragani femminili solo perché mediamente si moriva di più a causa di questi eventi prima che avessimo cominciato a dargli anche dei nomi maschili”.

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