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La prima reazione alla decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele è stata di sorpresa.

Per alcuni una sorpresa meravigliosa (come se la città non fosse già la capitale dello stato ebraico), per altri di rigetto per una decisione che appare insensata, nonostante facesse parte del “pacchetto” delle promesse elettorali e quindi cosa nota. Per altri ancora la dimostrazione della solita politica americana arrogante e prevaricatrice.

Ma, dopo la prima reazione emotiva, più pragmaticamente sembra soprattutto essere contraddittoria. Tanto quanto la sua affermazione di considerare il gesto un “passo verso la pace”.

Buona parte della stampa ha messo in evidenza il nuovo stress che sarà inflitto al Medio Oriente proprio nel momento in cui l’isolamento storico dello stato ebraico sembrava essere superato da un avvicinamento dell’Egitto di al-Sisi in funzione antiterroristica, un tranquillo consolidamento dei rapporti con la Giordania e un nuovo asse de facto con l’Arabia Saudita.

La progressiva creazione dell’asse antisciita, derivante da un’evidente convergenza di interessi e fondamentale per arginare l’espansione dell’Iran fino ai confini di Israele, passa da rapporti sempre più stretti fra questi paesi arabi e lo stato ebraico ma potrebbe essere rimessa in discussione se elementi fortemente divisivi, come la questione palestinese, tornassero a occupare l’agenda politica.

La dichiarazione di Trump sembrava proprio voler spingere quella questione al centro del dibattito sul Medio Oriente. Non che dei palestinesi interessi granché ai sauditi o agli altri governanti, ma la loro sorte resta la fiammella che arde nel cuore di ogni arabo. Più per il proprio orgoglio ferito dalle tante sconfitte subìte che per vera solidarietà con i “derelitti” che i paesi arabi per primi hanno trattato come fastidiosi attaccabrighe passando spesso alle maniere forti. Basti pensare al settembre nero o alla guerra civile libanese.

La storia della città è nota: ne era prevista una gestione internazionale nel piano di spartizione ONU del ’47, ma nel corso della prima guerra arabo-israeliana fu invasa sia da ovest che da est. La parte occidentale rimase nelle mani del neonato stato israeliano e la parte orientale, compresa la Città Vecchia, fu occupata insieme alla Cisgiordania dal regno di Transgiordania diventato indipendente solo da un paio di anni. Poi il re Abdallah decise che si sarebbe tenuto territorio e città in “deposito sacro” in attesa che la questione si chiarisse. La cosa piacque poco ai nazionalisti palestinesi che gli spararono facendolo diventare il primo della funesta serie di leader mediorientali assassinati da estremisti: Rabin, Sadat, Hariri eccetera.

West Bank e città santa rimasero comunque in “deposito” per altri vent’anni, senza che sorgesse mai uno stato indipendente di Palestina, nonostante non fosse Israele a impedirlo, essendo a distanza al di là della linea di armistizio del ’48. Poi la guerra dei Sei giorni, scatenata da Nasser (grazie a false informazioni sovietiche) con il blocco navale dello stretto di Tiran, vide le truppe israeliane occupare città e territorio fino alle sponde occidentali del fiume Giordano. All’offerta israeliana di restituzione della Cisgiordania in cambio di una trattativa di pace complessiva gli stati arabi risposero con i famosi “tre No” di Khartoum; nessuna trattativa quindi e il territorio rimase in mani israeliane. Né gli arabi ebbero miglior fortuna con la successiva guerra dello Yom Kippur che mirava a riconquistare il terreno perduto. Nel 1988 la Giordania rinunciò ad ogni pretesa sul territorio cisgiordano e nel 1992 siglò un trattato di pace con Israele, lasciando ai soli palestinesi la brutta gatta da pelare di trattare con lo stato ebraico la difficilissima (tuttora irrisolta) questione della loro indipendenza. Sovranità nazionale che, va ricordato, avevano deciso di non accettare nel 1948 per non spartire con gli ebrei un territorio che consideravano interamente arabo.

La questione di Gerusalemme è rimasta il nodo simbolico cruciale su cui si è arenata qualsiasi trattativa fra israeliani e palestinesi. Compresa l’offerta avanzata dal premier israeliano Ehud Barak con l’accordo di Bill Clinton nel 2000, proseguita nel 2001 a Taba in Egitto, rifiutata da Arafat con un gesto che Clinton definì “un errore di proporzioni storiche”.

Oggi sembrerebbe che Trump abbia compiuto un azzardo, dando uno scossone a una situazione di immobilismo che sembrava ormai cronicizzata, ma rischiando anche di far saltare in aria tutto il progetto di alleanze antisciite.

Può essere stata una mossa non meditata, nel suo stile, ma la frenetica attività del genero Jared Kushner a cui è stata affidata la patata bollente della questione israelo-palestinese (dopo la defenestrazione di Bannon) fa pensare che la tela sia stata tessuta con cura anche se la rivendicazione delle sue esperienze professionali come referenza lascia perplessi: «L’accordo fra Israele e palestinesi è qualcosa che qualcuno abituato a negoziare come noi immobiliaristi potrebbe chiudere rapidamente». I difficilissimi equilibri e contrappesi geopolitici in un’area così calda e affollata di attori esperti come il Medio Oriente non è esattamente come vendere una villa a un riccone di Manhattan e forse, come scriveva ieri Vincenzo Nigro su Repubblica, «per il conflitto politico e militare potenzialmente più esplosivo dell’era contemporanea ci sarebbe bisogno di qualche conoscenza in più».

In realtà il discorso di Trump è stato meno esplosivo di quanto non sembrasse in un primo momento. «Non stiamo prendendo posizione su eventuali problemi relativi allo status finale – ha detto – inclusi i confini specifici della sovranità israeliana a Gerusalemme o la risoluzione dei confini contestati». Queste questioni, ha aggiunto poi, dipendono dalle parti coinvolte.

Non c’è – in sintesi – alcuna definizione di Gerusalemme come capitale “unica” di Israele, come vorrebbe la destra israeliana più nazionalista, né si esclude in alcun modo che la sovranità palestinese non possa essere estesa su alcune aree della città. Pilatescamente si rimanda il tutto agli accordi fra le parti.

Quello che è certo – oltre alla probabile, inutile perdita di vite umane negli immancabili subbugli dell'annunciato "venerdì della rabbia" – è che la dirigenza dell’ANP, nel reclamare Gerusalemme come "capitale eterna dello Stato di Palestina'', ha scaricato gli USA dalla loro storica posizione super partes che si erano ritagliati un po' presuntuosamente: «La decisione odierna di Trump equivale ad una rinuncia da parte degli Stati Uniti del ruolo di mediatori di pace».

Vuol dire che il ruolo di mediatore passerà ora alle capacità, davvero innegabili, di stratega al presidente russo Vladimir Putin?

Vincitore nel conflitto siriano, alleato di ferro di Assad, in piena sintonia con l’Iran e nuovo amico di Erdogan, non pregiudizialmente ostile all’Israele di Netanyahu (a cui ha permesso i numerosi blitz aerei in Siria contro i trasporti di armi verso Hezbollah) e tantomeno al Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ebreo moldavo russofono, accolto infine con favore, insieme al recente accordo di forniture militari per milioni di dollari, dall’Arabia Saudita del giovane rampante Mohammad Bin Salman.

E se non sarà Putin, chi mai potrebbe sostituire l'America nel ruolo di "mediatore per la pace" gradito agli uni e non sgradito agli altri? Forse proprio il rampante sovrano in pectore del regno saudita che con una mano offre mediazione e con l'altra minaccia di scatenare l'inferno alle porte di Damasco (o di Beirut o di Gerusalemme, dipende)?

Difficile, per ora, dire qual è la vera lettura da dare agli ultimi sorprendenti avvenimenti attorno alla Città "Santa", ma sicuramente questo è l'inizio di un nuovo capitolo. La cui reale temperatura politica potrà essere valutata già nelle prossime settimane.

(Foto: By חיים צח Government Press Office of Israel – Haim Zach – Spokesperson unit of the President of Israel)

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