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Quali sono i segreti di Eusebio Di Francesco? Il nuovo tecnico della Roma è riuscito in tre mesi a dare un’identità alla squadra, nonostante il mercato di Monchi non abbia portato i frutti sperati. Karsdorp e Schick, i due fiori all’occhiello del direttore sportivo, non hanno ancora giocato con continuità: il primo si è infortunato al legamento crociato e starà fuori fino a primavera, il secondo sta provando a riemergere dai problemi muscolari. Nonostante questo, Eusebio ha portato la Roma agli ottavi di Champions come prima del girone e in campionato se la batte con le prime della classe: «Cerco di essere sempre me stesso nel rapporto con le persone. Porto il mio metodo e le mie idee senza, ma stravolgere. La fortuna è che certe idee e certi pensieri sono entrati prima nella testa dei calciatori e dell’ambiente capendo che persona sono, perché cerco di costruire e non distruggere», ha detto l’allenatore a Roma Radio.

Un percorso fatto di ostacoli, dove la Roma è incappata anche in qualche sconfitta: «Possono essere salutari. Mi auguro di averne sempre meno o zero, ma in certi contesti possono far svoltare come ci è successo col Napoli. Nel secondo tempo potevamo pareggiare ma dal punto di vista mentale ci ha dato qualcosa. Non dobbiamo accontentarci, Roma è questa, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma spesso si va oltre il momento. Ci si esalta con troppa facilità».

Uno dei segreti di Eusebio è stato il turnover che responsabilizzato l’intera squadra: «Un allenatore sa qual è la formazione tipo quando arriva, ma in ogni calciatore c’è un percorso di crescita che va oltre le aspettative e supera i titolari iniziali. Quello che hanno capito i ragazzi non è tanto il turnover, che è importante, ma che conta più il gruppo e il risultato di squadra più del singolo. Nel turnover non ne metto tanti nuovi insieme, ma cerco di mischiare perché ci sono caratteristiche, ma anche i caratteri e la personalità oltre alla tecnica, che in campo contano».
Ma c’è ancora qualcosa da migliorare: «Nella ricerca della verticalità, la squadra è già cresciuta tanto. Certe giocate vanno forzate, perché chi non fa non sbaglia e magari si può sbagliare di più ma facendo male di più agli avversari. Una squadra che crea 60 palle gol in due partite deve fare più reti, è una cosa che abbiamo nelle corde».
Con i calciatori, il tecnico ha instaurato un rapporto schietto che gli permette di valutare realmente le condizioni atletiche: «Spesso faccio la formazione e la gente pensa ‘ma perché quello non sta giocando?’ A a volte sono loro a dirmi che non sono ‘puliti’ totalmente ed è questa la miscela giusta. Mi danno un feedback per me importante. A volte anche se un giocatore sta un po’ così, lo scelgo ugualmente perché penso sia indispensabile per la squadra. Capire le sensazioni è importante».

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