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Pubblicato il: 07/12/2017 11:56

L'ha detto e l'ha fatto. Donald Trump ha tenuto fede alle sue promesse elettorali, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele. Una mossa che non ha precedenti e che rischia di far esplodere una polveriera epocale in Medio Oriente, dove tutto il mondo musulmano ha espresso sconcerto. Per non parlare dei Paesi occidentali, che all'unisono hanno condannato la decisione del presidente statunitense, che ieri a Washington ha anche firmato l'ordine per avviare il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Ieri migliaia di palestinesi sono scesi in piazza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per protestare contro la decisione di Trump. Da Ramallah a Jenin, passando per Tubas, Hebron, Nablus, Gaza, Rafah e Khan Younes, i dimostranti hanno sventolato le bandiere palestinesi e lanciato slogan per Gerusalemme capitale dello Stato di Palestina. Ma in serata a sventolare sul Muro del Pianto, massimo luogo di culto ebraico e resto del tempio di Gerusalemme, erano altre bandiere, proiettate l'una accanto all'altra: quella israeliana e quella statunitense. Quasi a voler sigillare quella che Netanyahu ha definito: "una giornata storica" e "un'importante pietra miliare nella storia di Gerusalemme".

Eppure, la manovra di Trump non è stata accolta allo stesso modo né dalla comunità internazionale né tanto meno dal mondo arabo ed è probabile che "farà divampare il conflitto e porterà ad un'escalation di violenza in tutta la regione", come ha avvertito il premier del governo di Anp, Rami al-Hamdallah.

LA REAZIONE DI ABBAS – Commentando la mossa di Trump, il leader di Anp, Mahmoud Abbas ha parlato di "un deliberato indebolimento di tutti gli sforzi di pace" che "non cambierà la realtà della città di Gerusalemme". Per Abbas, la città tre volte sacra, contesa da decenni tra israeliani e palestinesi, è la "capitale eterna dello Stato di Palestina".

CI SARA' UNA TERZA INTIFADA? – All'indomani della scelta di Trump, gli estremisti di Hamas hanno fatto appello a una nuova intifada. Il presidente americano, ha affermato il capo dell'ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, "si pentirà della sua decisione". In una conferenza stampa a Gaza, Haniyeh si è rivolto ai palestinesi invitandoli a "lanciare un'intifada generale contro l'occupazione" israeliana e "contro l'ultima decisione americana". "In cima alle nostre priorità come palestinesi vi è oggi quella di uscire dal processo di Oslo, poiché la decisione americana lo seppellisce per sempre", ha aggiunto.

Il leader di Hamas ha fatto inoltre appello a "convocare una riunione palestinese generale e urgente per studiare la situazione", sottolineando che "l'evidente politica americana nei confronti di Gerusalemme può essere affrontata solo con un'intifada popolare globale" e che in un simile contesto "non esistono mezze soluzioni".

PROTESTE E SCIOPERO GENERALE – Intanto, oggi è sciopero generale in tutti i territori palestinesi in segno di protesta. Chiusi tutti gli esercizi commerciali, le scuole e le istituzioni pubbliche e private, anche a Gerusalemme est, dove si assiste a un consistente dispiegamento di forze della polizia israeliana in previsione di scontri con i palestinesi. La sicurezza israeliana ha annunciato lo stato di massima allerta e l'esercito ha dispiegato rinforzi nelle aree sensibili lungo tutte le linee di contatto con i palestinesi, le cui fazioni hanno fatto appello a protestare a mezzogiorno in tutte le città dei Territori.

SCONTRI E FERITI – La rivolta non si placa. Alcuni manifestanti palestinesi sono rimasti feriti negli scontri con l'esercito israeliano scoppiati a est di Khan Younes, nella Striscia di Gaza, non lontano dal confine con lo Stato ebraico. Secondo quanto ha riferito l'agenzia di stampa palestinese Wafa, i soldati israeliani di guardia sulle torrette al confine hanno aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni per disperdere una protesta. Stando alla Wafa, un manifestante è rimasto ferito da un colpo d'arma da fuoco e diversi altri sono rimasti intossicati dai gas.

"APERTO IL VASO DI PANDORA" – Gli Emirati hanno stigmatizzato la decisione di Trump, esprimendo "profonda preoccupazione per le ripercussioni di questa decisione sulla stabilità della regione in quanto infiamma le emozioni del popolo arabo e musulmano a causa dello status di Gerusalemme nella coscienza di arabi e musulmani". E mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato una serie di colloqui con alcuni leader mondiali sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Usa, tra cui Putin e il Papa, il suo primo ministro Binali Yildirim ha detto che "si è aperto il vaso di Pandora".

E L'ONU? – Anche l'Onu, dopo aver ricordato la sua contrarietà a ogni "misura unilaterale che comprometta la prospettiva di pace tra israeliani e palestinesi", ha sottolineato che "non c'è un Piano B" alternativo alla soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese. E oggi otto Paesi, quattro europei fra cui l'Italia, due sudamericani e due africani, hanno chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'Assemblea si riunirà domani mattina (ora di New York) per discutere della decisione di Trump.

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