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Con la decisone di spostare l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme Donald Trump ha posto fine a oltre 20 anni di ipocrisie americane sull’area e ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale a oltre 4 milioni di superfavorevoli alla scelta. Infatti gia’ nel marzo 2016 il presidente americano spiegava chiaramente ai suoi potenziali elettori: "Noi sposteremo l’ambasciata perché Gerusalemme è la capitale del popolo ebraico. Questo è l’inizio di un nuovo approccio al conflitto dopo che tutti i miei predecessori hanno rimandato la decisione. Dopo 20 anni non siamo nemmeno lontanamente vicini alla pace. Israele ha diritto di scegliere". E ieri ha chiuso il cerchio del progetto, affermando che "con le voci della tolleranza prevalgano sull’odio e siate certi che continueremo a sostenere la soluzione dei due Stati".

ANNI DI IPOCRISIA AMERICANA
Parole pesanti che però, obiettivamente, fotografano qualcosa di non molto distante dalla realtà odierna: pace lontana e grande ipocrisia su quella che è considerata la città’ simbolo e il luogo sacro delle tre religioni monoteiste. Un simbolo che per troppo tempo non è stata considerata nella sua interezza ma solo registrata come un qualcosa di diviso in due, sotto tutti i punti di vista a partire dalle etnie che la abitavano. In concreto però già nel 1995 lo spostamento era una legge votata dal Congresso americano. Non eseguita mai solo per la paura a procedere di tutti i presidenti che si sono succeduti e per una postilla che permetteva loro di rimandare la decisione. E lo ‘status quo’ di una città’ divisa e’ sempre stato colpevolmente mantenuto.

MOLTE REAZIONI CONTRARIE, DA HAMAS, A OLP A MACRON
Le reazioni alla decisioni sono state differenti e pesanti. A partire dall'OLP che ha dichiarato che "Trump ha distrutto la soluzione dei due stati, passando ad Hamas che ha tuonato che ‘il presidente americano ha aperto le porte dell’Inferno", per finire con Abu Mazen per il quale "la decisione non cambia lo stato della città’ che e’ la capitale della Palestina".

E pure il presidente francese Emmanuel Macron si è detto contrario alla decisione americana mentre da Israele Benjamin Netanyahu, che aveva fatto proiettare la bandiera Usa sul muro del pianto, l’ha stigmatizzata come un passo verso la pace.

Insomma un prevedibile putiferio che ha messo in allarme i servizi di sicurezza americani per possibili attentati. Ma probabilmente il presidente Trump aveva gia’ messo in conto tutta questa sollevazione. Gli oltre 4 milioni di elettori in casa favorevoli a questa decisione, e lo spostamento del focus dal Russiagate a Gerusalemme valevano il rischio di una rischiosa accelerazione del problema.

UNA SCELTA RISCHIOSA, MA VINCENTE?
Avrà avuto ragione? Meglio spostare l’Ambasciata (anche se materialmente ci vorranno anni) o continuare a stringere mani di fronte ai fotografi senza spostare di un millimetro le criticità’ dei problemi, come abbiamo visto fare da tutti i grandi in questi 20 anni? A breve si potrà vedere se la mossa, sicuramente azzardata, e’ anche stata vincente.

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