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Ci sono state otto comunicazioni tra il comandante del sottomarino San Juan e il suo comando, prima che l’unità svanisse nel nulla con i suoi 44 membri d’equipaggio. Otto comunicazioni a voce e testo della durata complessiva di circa 55 minuti, durante i quali il capitano di vascello Pedro Fernández informava di aver subito una infiltrazione d’acqua salata dallo snorkel, il sistema di ventilazione che emerge in superficie per consentire la ricarica delle batterie in immersione, che c’era stato un corto circuito e un principio d’incendio («fumo senza fiamma»)

e che aveva isolato il settore. Otto comunicazioni di cui l’Armada Argentina ha ammesso oggi l’esistenza, dopo averle tenute segrete.


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Il portavoce

Che brutta sorte quella del capitano di vascello Enrique Balbi, il portavoce dell’Armada Argentina che in questi ultimi giorni è stato il volto che ha comunicato al mondo, ma soprattutto ai familiari dei 44 sommergibilisti, l’odissea del sottomarino San Juan. E le omissioni che sembrano ora caratterizzare questa terribile storia. Il sospetto è che la Marina militare argentina conoscesse sin dall’inizio l’epilogo di questa vicenda – l’esplosione interna all’unità – e abbia taciuto.

Balbi ha 53 anni, è sposato da 28, ha tre figli. Ha il grado di capitano di vascello e, ma forse qui il destino non c’entra perché l’Argentina ha solo tre sottomarini, è stato vice comandante del San Juan. Sì, dello stesso sommergibile di cui adesso deve parlare al mondo. Poi è stato sempre vice del Santa Cruz e quindi comandante del Salta. Figlio di un ufficiale sommergibilista, morto a soli 41 anni (anche la moglie è figlia di un capitano dell’Armada), è entrato nell’Accademia navale nel 1984, ha una laurea in Disaster Risk Management conseguita presso l’Universidad del Salvador, ha studiato Comunicazione istituzionale all’Università Australe Argentina e ha conseguito un master in Gestione universitaria, politica e pianificazione strategica presso l’Università naziona; è stato direttore della Scuola sottomarini (Escuela de Submarinos y Buceos) di Mar del Plata fino al 2014, quando è diventato capo dell’ufficio stampa della Marina.

È stato lui, il 30 novembre scorso, ad annunciare – con un tono della voce calmo, gesti misurati, ma gli occhi scuri che ogni tanto parevano perdersi – che le ricerche dei sopravvissuti del San Juan erano sospese e proseguivano quelle per localizzare il relitto del sommergibile. Il de profundis per quei poveretti, 43 uomini e un’unica donna. Ed è stato lui, oggi, a metterci la faccia nel confermare l’esistenza di quelle comunicazioni.

La timeline delle comunicazioni tra il San Juan e il suo comando

«Non erano chiamate d’emergenza»

Balbi ha insistito nel ribadire che quelle otto comunicazioni non erano state chiamate di soccorso, ma messaggi navali. Informative. La prima, in voce, alle 23.42 del 14 novembre, l’ultima iniziata alle 7.19 e terminata alle 7.26. In totale, circa 50-55 minuti di comunicazioni, distribuite nell’arco di otto ore, entro le quali il San Juan avrebbe navigato ad altezza periscopio, così da poter alzare l’antenna di trasmissioni e comunicare col resto del mondo. Nell’ultima comunicazione – ha riportato Balbi – il comandante segnalava che si sarebbe immerso per proseguire la navigazione verso la base di Mar del Plata, abbandonando la missione di controllo della pesca illegale. Così gli era stato ordinato.


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Il sommergibile era entrato nel silenzio. E ci resterà per sempre. Sempre il 15 novembre, alle 10.15 – ma si saprà solo in seguito – gli strumenti di ascolto della Ctbto, l’organizzazione internazionale per il monitoraggio di uno dei più importanti trattati a sostegno della messa al bando delle esplosioni nuleari, con sede a Vienna, registrano un incidente idroacustico anomalo, singolo, breve e violento e non nucleare che poteva essere un’esplosione e che poteva essere localizzato nell’area dove si presume fosse il San Juan. Durante le comunicazioni con il comando aveva trasmesso la sua posizione.

L’area di ricerca e i mezzi impiegati

L’altra verità

L’Armada rende noto di aver perso il contatto con il sottomarino il 17 novembre. Lo stesso giorno Tesacom, la società intermediaria del traffico satellitare di Iridium, invia il registro delle comunicazioni comandante-base ai militari. Il registro che oggi Balbi ha riconosciuto, dopo le rivelazioni che nel frattempo sono state diffuse dai media. Perchè aspettare tutto questo tempo? Balbi ha spiegato che le comunicazioni non erano d’emergenza, e che ci sono procedure concordate per entrare in collegamento con i sottomarini, che sono per buona parte della loro missione in navigazione occulta, silenziosa, durante i quali non possono comunicare – perché immersi – col resto del mondo. Le unità devono segnalare ogni 24, 36 o 48 ore a seconda della missione – in questo caso sembra 48 -.

Ammettiamo che l’Armada abbia atteso 48 ore per rivelare che era mancato il contatto. E che abbia reso noto di aver dichiarato disperso il sottomarino dopo altre 24 ore – il 18 novembre alle ore 17, secondo il comunicato stampa diffuso il giorno seguente -: perché non rivelare subito che aveva avuto un guasto? Perché tenere secretate le otto comunicazioni? E rivelarle soltanto oggi, dopo tutto questo tempo, mentre proseguono le ricerche del relitto dopo vari avvistamenti di zattere di salvataggio, bengala, strane conformazioni sui fondali che si sono rivelati finora infondati?

Domande che ha posto anche il ministro della Difesa, Oscar Aguada, che afferma che l’Armada sapeva fin dal principio della disgrazia (Balbi aveva reso noto la segnalazione dell’incidente idroacustico compatibile con un’esplosione il 23 novembre) e che ha mantenuto segrete le conversazioni tra unità e terra. Una frizione, questa tra il governo e i militari (Balbi oggi ha ribadito che le comunicazioni erano state oggetto di informative ai “piani superiori”), che sta crescendo.


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