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Con tempistica abbastanza singolare, si muove infine anche Theresa May. Ossia una premier che è direttamente figlia del referendum per la Brexit, con tutte le sue ombre di un potenziale, illegale coordinamento tra la campagna elettorale di Nigel Farage e quella dei conservatori, col ruolo non chiarito di Cambridge Analytica, con la certezza che Breitbart ha finanziato l’Ukip, con foto che emergono di Boris Johnson accanto al professor Mifsud (che nell’inchiesta Fbi sarebbe stato uno snodo contatto tra americani, George Papadopoulos, inglesi, e russi). Il primo ministro britannico ha deciso di rompere – almeno a parole, queste pericolose affinità di famiglia e di venire allo scoperto, attaccando con parole piuttosto dure e inusuali la Russia per la operazioni di information war condotte- stando a diversi elementi emersi nelle analisi dei social network inglesi – anche sulla Brexit. «La Russia sta militarizzando l’informazione», ha detto May nel corso del tradizionale Lord Mayor’s Banquet. «Stanno cercando di svillupare i loro media guidati dal Cremlino, di impiantare storie false e foto false nel tentativo di seminare discordia in Occidente e indebolire le nostre istituzioni. Per questo ho una cosa molto semplice da dirvi: sappiamo quello che state facendo, e non avrete successo, perché sottovalutate la resilienza delle nostre democrazie, la resistente attrazione delle società libere ed aperte e l’impegno delle nazioni occidentali rispetto alle alleanze che ci uniscono. Il Regno Unito farà quanto necessario per tutelarsi e lavorare con gli alleati per fare altrettanto».

La settimana scorsa, dopo un’inchiesta di Wired, sono emerse numerose evidenze del fatto che un folto benché delimitato gruppo di account twitter influenti nei social era controllato all’87 per cento da operatori russi. I tool usati sono stati i medesimi di altre operazioni emerse – in Usa, o in Francia – ossia xenofobia, contenuti anti-immigrazione, discredito delle èlite, accuse non provate di corruzione delle classi dirigenti. Diversi esempi particolarmente inquietanti e virali sono stati fatti, tra i quali uno che ha colpito molto l’opinone pubblica inglese penetrando anche nel mainstream: un account twitter di nome @SouthLoneStar aveva postato una donna coperta con l’hijab che, dopo l’attentato di Westminster del marzo scorso, camminava sul ponte accanto a una vittima senza mostrare alcun segno di compassione o di interesse, sosteneva l’account. La donna in realtà aveva manifestato, come chiunque altro, di essere sconvolte e scioccata, aveva dato interviste su questo, ciò nonostante l’account twitter era riuscito a impiantare con successo la sua immagina criminale e xenofoba. Si scopre ora che si trattava di uno dei 2700 account direttamente operati da russi (numerosi dei quali hanno agito negli Stati Uniti, per esempio nel caso della celeberrima Jenna Abrams; ma si ritiene che abbiano mosso manche i social network in lingua italiana, dove abbiamo conosciuto, nella stagione del referendum costituzionale del 5 dicembre 2016, un’attività social assai coordinata su Facebook, e un nutrito gruppo di account twitter che agivano a stormo, avendo dati e metadati matematicamente uguali).

La prima reazione di Facebook, anche riguardo la Brexit, è stata comunque minimizzare: il 13 novembre un alto dirigente aveva detto che «nella Brexit non abbiamo osservato i noti, coordinati cluster russi impegnati in un significativo coordinamento di acquisti di pubblicità o misinformation politica». Ma poi, poco a poco – Facebook ha iniziato ad ammorbidire il suo diniego. Damian Colins, capo della Commissione sul digitale della House of Commons, ha scritto a twittter, Facebook, Google, chiedendo informazioni certe. E Buzzfeed, con fonti interne all’azienda, ha titolato che ora Facebook «apre la porta all’ammissione di un’interferenza russa nella Brexit».

Il copione è sempre lo stesso, incredibilmente. Dagli Usa alla Francia (elezione presidenziale da cui è uscito vincitore Macron, nonostante operazioni russe pro Marine Le Pen), all’Italia del referendum costituzionale. Solo in Italia, incredibilmente non si muove nessuna Commissione d’inchiesta parlamentare, non si registrano pressioni dell’opinione pubblica su Facebook e twitter, e tutto è lasciato al lavoro dei magistrati.

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