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Max Schrems perde di fatto, salvo colpi di scena, la prima battaglia contro Facebook. Ma non la guerra. Un parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Michal Bobak, dice che Maximilian Schrems, attivista neolaureato in legge che dal 2011 sta inguaiando Zuckerberg, non potrà far valere la sua class action contro il più famoso social network al mondo.

Ben 25mila utenti, dal 1 agosto 2014, si erano affidati al lui, giovane studente austriaco che si è trovato a fare il Davide contro Golia quasi per caso. Tutto nasce perché il ventenne aveva deciso di fare un semestre di studio per la laurea all’università di Santa Clara, in piena Silicon Valley, e mosso dalla curiosità su come Facebook protegge i dati degli utenti, aveva focalizzato la sua tesi proprio sul tema del rispetto della privacy da parte del social nel Vecchio continente.

LUI Sì, MA DA SOLO

Da lì è nata la sua battaglia contro Facebook Irlanda, dove in Europa ha sede l’azienda. Il giovane accusa Facebook di violazione della protezione dei dati e del la privacy. Indagando per la tesi, ha scoperto che la società di Zuckerberg era a conoscenza di tantissime informazioni private degli utenti, che non venivano cancellate neppure se ci si cancella dal social network. Ha dunque messo in piedi il gruppo «Europe versus Facebook», poi via via la sua fama è cresciuta fino a che l’hanno considerato un’insidia per Fb.

Martedì la svolta. La Corte di giustizia Ue ha fatto sapere in via ufficiale che il trentenne di Salisburgo può rivolgersi a un tribunale austriaco, ma solo a titolo personale e non per altri soggetti con la class action, facendo causa a Facebook Irlanda per le presunte violazioni della protezione dei dati personali perpetrate sulla rete. La Corte Suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue un parere, per sapere se la magistratura austriaca avesse oppure no competenza sull’argomento. Secondo l’avvocato della Ue Bobak un’azione collettiva, almeno secondo l’attuale ordinamento Ue, non sarebbe ammissibile: Schrems può citare in giudizio Facebook nel suo Paese di residenza, ma non può far valere le sue stesse rivendicazioni per altri soggetti, in questo caso altri utenti Facebook.

FACEBOOK NON LO CONSIDERA PIU’ UN UTENTE

Gli avvocati del social non sono certo rimasti con le mani in mano. Hanno ribattuto che il coraggioso paladino della privacy non era neppure da considerarsi più un «utente», perchè usava le pagine Facebook ormai per lavoro: faceva post con le sue pubblicazioni e trasformava la sua battaglia in una professione. Invece, la Ue non è d’accordo: anche per Schrems valgono le regole e i diritti dei consumatori vigenti nell’Unione Europea. I consumatori possono intentare nel proprio Paese comunitario azioni legali contro aziende straniere con cui sono stati stipulati contratti. Salvo restando che lui può far causa per sé, non per altri. È un utente, dicono i giudici, anzi dal 2010 utilizza un account Facebook con il suo nome – scritto in cirillico – per uso privato, per caricare foto, postare e chattare. Ha circa 250 amici su Fb. Dal 2011, utilizza anche una pagina Facebook creata per il pubblico, che contiene informazioni sulle sue conferenze, sugli articoli che lo riguardano e le donazioni che ha chiesto per intentare la causa. Alla fine della storia però, che per vie legali è tutt’altro che terminata, il parere dell’avvocato della Ue non è vincolante per i giudici della Corte di giustizia delle Comunità europea, ma nella maggior parte dei casi (80%) gli stessi giudici seguono i suoi pareri.

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