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Il vero limite della legge è che “non dà certezza di governabilità”. Il resto del dibattito di queste ore appartiene all’ultimo sport nazionale per cui “siamo tutti esperti di sistemi elettorali”. E la Corte Costituzionale è diventata “la terza camera”. Ha le idee chiare il professor Carlo Fusaro, docente di diritto pubblico comparato e di diritto elettorale e parlamentare presso la facoltà di Scienze Politiche a Firenze.

La legge Rosato-Fiano ha evidenti profili di incostituzionalità come emerge da numerosi commenti soprattutto di politici?
“A mio avviso neppure uno. Mi conforta il fatto che persino il presidente emerito Valerio Onida concorda su questo. Diverso il discorso se prendiamo in esame le dichiarazioni di commentatori e politici. Ma sa, ormai è diventata una moda invocare la Corte in tema di materia elettorale. Specie dopo le improvvide sentenze della Consulta”.

Sentenze “improvvide”?
“Nel senso che sono state pronunciate senza tenere conto delle conseguenze, e prima di tutto delle norme in materia di ammissibilità. Però mi fermo qua, stiamo parlando di un organo di garanzia”.

E quindi D’Alema e Bersani che parlano di “lesioni alla democrazia”, per non dire dei 5 Stelle per cui chi ha votato è un “farabutto” e anche peggio?
“Non sanno quello che dicono sotto il profilo costituzionale. Lo sanno, invece, dal punto di vista politico. Li possiamo comprendere senza dare però troppo peso”.

Sicuramente l’avvocato Besostri, che con i suoi ricorsi ha ucciso prima il Porcellum e poi l’Italicum, è già pronto con qualche ricorso.
“Possiamo esserne certi. Ma non sarà facile questa volta ottenere risultati. Però guardi, non sono in grado di fare previsioni: ne abbiamo viste così tante… e la Corte sembra diventata la terza camera in materia elettorale”.

Se i principi della Carta sono tutelati, possiamo dire altrettanto di quelli dei cittadini?
“Quale sarebbe la lesione? Il fatto di non poter dare le preferenze? Da 4-5 anni è opinione condivisa da politici e stampa che le preferenze siano un diritto inalienabile dei cittadini. E che, quindi, privarli della preferenza, sia una grave lesione. Rilevo alcune questioni: le abbiamo abolite nel 1993 con convinzione; non sono previste nelle principali democrazie; al Senato non sono mai esistite anche se poi una sentenza della Corte le ha proditoriamente infilate…”.

Il suo pensiero?
“E’ un bene che la legge non le preveda. E dico perché: sono uno strumento in mano ai gruppi di interesse e alle correnti di partito; fare una campagna elettorale con le preferenze ha costi altissimi e oggi, che non c’è più il finanziamento pubblico, questo comporta rischi assai gravi. In fondo, con le preferenze è solo una minoranza che elegge perché solo una minoranza di elettori le usa”.

Con questa legge però 2/3 degli eletti sono nominati.
“Parlare di nominati è un’altra turlupinatura, una gigantesca mistificazione. La questione, gira gira, è sempre quella delle preferenze pur abolite a furor di popolo nel 1993. Come se solo con le preferenze ci fosse elezione diretta. E’ uno sciocchezza dire che un elettore è espropriato del diritto ad eleggere i propri parlamentari perché la Rosato-Fiano prevede le liste corte (e quindi con candidati più o meno sicuri, c.d. nominati ndr) e non prevede le preferenze. Altrimenti dovremmo concludere che i parlamenti di tutto il mondo sono fatti di nominati”.

Qual è il limite più grosso del Rosato-Fiano?
“Quello di tutti i sistemi prevalentemente proporzionali, seppur corretti, come in questo caso, con una quota di maggioritario: la non certezza della governabilità perché la quota maggioritaria è troppo bassa. Da questo punto di vista, non ci sono le necessarie garanzie per il corpo elettorale che invece dovrebbe andare a votare per esprimere una maggioranza e quindi un governo”.

E quindi?
“A meno che il popolo sovrano non consegni alle urne grandi maggioranze sempre possibili, ma più in teoria che in pratica, dovremo probabilmente ricorrere al ruolo di supplenza del Capo dello Stato che per fortuna è persona discreta e non invadente”.

E’ stata molto criticata la cosiddetta scheda unica e l’impossibilità di dare il voto disgiunto, al candidato ma anche ad una lista diversa da quella a lui collegata. Questa scelta è una garanzia per la governabilità o il sintomo di qualche inciucio?
“Prima una nota lessicale: così come non abusiamo del latino (Porcellum, Italicum, Tedeschellum, Rosatellum, etc etc ndr ), non usiamo parole come “inciucio” perché solo usarle significa cadere nella trappola di chi considera i compromessi un male in sé (il che è altamente diseducativo). Per il resto rilevo che per chi mastica o insegna questa materia, il dibattito politico è sempre fonte di sorprese. Io conosco il sistema del ‘93 per i sindaci e poi quello del ’95 per le Regioni per cui al sindaco sono collegate una o più liste. L’elettore lì può votare il sindaco e una lista non collegata, ma il risultato non cambia perché il sindaco eletto comunque ha la sua maggioranza per legge. A livello parlamentare, dove così non è ma non si governa senza una maggioranza, il discorso è diverso perché sganciare il voto al candidato da quello per la lista, può provocare una situazione ingestibile dal punto di vista dei numeri e quindi della governabilità. Capisco la battaglia politica ma non si può tornare alle consorterie dell’800”.

Il presidente emerito Giorgio Napolitano è intervenuto due vole in due giorni per criticare la legge e il ricorso alla fiducia. Lei ha capito perché?
“A Napolitano dobbiamo riconoscere il merito, al di là del risultato, di aver dato un impulso straordinario alla stagione delle riforme. Io credo, temo, che il Presidente si sia spaventato dopo il voto alle amministrative del 2016 che ha visto la grande rincorsa dei 5 Stelle. Da quel momento ha iniziato a temere strane alleanze pur di far perdere il Pd. Teme che con questa legge sia più difficile governare il Paese. E’ una sua legittima valutazione. Rispetto però a che cosa? L’alternativa è, purtroppo, andare a votare con quello che resta delle due leggi della Consulta. E quella sarebbe la totale ingovernabilità. Il testo Rosato-Fiano fa fare passi avanti migliorativi della situazione attuale, anche se temo non sufficienti”.

I piccoli partiti si lamentano molto. Dicono di essere penalizzati. E’ vero?
“Credo invece che abbiano avuto molte garanzie: lo sbarramento è al 3% sia per la Camera che per il Senato e le firme per le liste sono dimezzate”.

I 5 Stelle accusano di essere stati penalizzati. Eppure anche loro saranno “nominati” e garantiti nei loro seggi.
“E per questo, molto probabilmente, la legge sta bene anche a loro. Devono però issare la bandiera da sventolare in campagna elettorale. Dopodiché è vero che, rifiutando loro per principio ogni forma di alleanza, sono svantaggiati rispetto a chi le alleanze invece farà. Ma il problema è tutto loro. D’altra parte una legge non può accontentare tutti”.

Grande dibattito, l’unico, sulla norma cosiddetta salva-Verdini (art. 5 della legge). C’era bisogno di allargare ai cittadini italiani il diritto di essere eletti all’estero?
“A mio avviso questa potrebbe rivelarsi una zappa sui piedi. Non vi è la necessità di garantire la reciprocità della norma. Anche perché è la Costituzione che differenzia i collegi italiani e le circoscrizioni estere… ”.

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