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BEIRUT – Le bandiere gialle di Hezbollah, quelle verdi del partito di Amal, quelle nere dell'Ashura. Ancora. Le rovine imponenti dei templi romani di Baalbek, i carri armati e le armi del museo della Resistenza a Mleeta, i selfie del primo ministro Saad Hariri che ha ricevuto le cicliste nella sua casa. E il profumo forte dello zatar, il timo che solo qui in Medio Oriente sprigiona un odore così intenso quando si mette sul pane appena sfornato.

Le 120 donne di Follow the women che a Beirut hanno concluso la loro pedalata di pace attraverso il Libano, hanno i cinque sensi pervasi da un caleidoscopio di emozioni. Hanno toccato con mano che il Libano è una terra affascinante e complicatissima, con un equilibrio instabile tra 18 confessioni religiose diverse che in passato ha conosciuto guerre civili, invasioni da parte di Israele e occupazione siriana.

Libano, ultima tappa per le donne in bicicletta di "Follow the women"La costituzione libanese spera nella stabilità assegnando alle tre religioni prevalenti le tre principali cariche dello stato: il presidente della Repubblica deve essere cristiano maronita, il primo ministro sunnita, il presidente del parlamento sciita. Ora ci sono tutti e tre, accomunati da un governo di unità nazionale che prova a costruire sulle differenze.

"Qualcuno vi ha aggredito?", chiede Jawad Sbeity, il manager di Beirut by bike che ha fornito gratis le biciclette, nella cerimonia di chiusura della manifestazione. No, niente ha turbato la pedalata delle donne provenienti da 16 paesi diversi. Ma certo l'esercito che ha scortato il corteo 24 ore su 24 è stato un potente deterrente. Fatto sta che rispetto all'immediato passato, quando le guerra civile siriana era straripata in Libano con scontri violenti tra opposte fazioni e attentati nella Valle della Bekaa, a Tripoli e nella stessa Beirut, la situazione sembra procedere verso la normalizzazione. "Londra ora è più pericolosa del Libano", dice Detta Regan, la signora inglese ideatrice di "Follow the women. Women for peace".

Sarà stata la forza della massa critica, sarà stato l'evento che in Libano ha avuto una grande risonanza mediatica, ma a sorpresa entrano nel quartier generale degli Hezbollah, il museo della Resistenza di Mleeta, 120 donne in calzoncini, bene accolte dai volontari e accompagnate a visitare il museo senza doversi coprire indossando qualcosa di più consono al luogo. Girano per l'area espositiva insieme a donne velate, vestite della loro tunica nera, accompagnate da mariti con il classico turbante. Si muovono tra carri armati e bombe cluster lasciati sul campo da Israele ed esposti a imperitura memoria. Dal video introduttivo di 12 minuti con gli interventi di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, si percepiscono chiaramente l'odio e la rabbia ancora profondi verso Israele.

Come ad Ansar, dove dopo l'invasione del 1982 l'esercito israeliano istituì un campo di detenzione. "Io sono stato imprigionato lì dentro per 7 mesi", racconta Samir Saabi, ingegnere informatico, "abbiamo subito ogni genere di torture, per esempio con le scosse elettriche, oppure ci sbattevano la testa contro il muro". Adesso nell'area del campo di detenzione la municipalità di Ansaar ha costruito un centro polivalente aperto a varie attività: artigianato, basket, corsi di sartoria e di cucina, assistenza alle disabilità. Quando le donne di Follow the women attraversano i territori sciiti, in ogni città trovano le bandiere nere dell'Ashura, la ricorrenza più importante per i musulmani sciiti, appena celebrata.

Nel decimo giorno del mese sacro di Muharran, il primo mese del calendario islamico, i fedeli commemorano l'assassinio di Hussein, nipote di Maometto: le donne si strappano i capelli e gli uomini si autoflaggellano in segno di lutto. Per le strade di Ansar le cicliste trovano lo striscione che dà il benvenuto alla manifestazione insieme alle bandierine nere che vanno da una parte all'altra della strada. Ma il Libano sono anche i resti monumentali dei templi di Baalbek, la Corniche sul lungomare di Beirut, i quartieri ricostruiti dopo la guerra civile. E per tutte le donne di Follow the women adesso il Libano è un'esperienza comune da cui partire per inseguire la pace e la difesa dei diritti umani. "Follow the women non sono io, siete tutte voi", dice Detta Regan alle partecipanti. E infatti già Jaleh Parvine, iraniana, pensa di portare la manifestazione nel suo Paese. Mentre la belga Meryl Jacques, 27 anni, si fermerà in Libano ancora due mesi e mezzo per fare volontariato nel campo profughi siriano di Mansoura, lo stesso visitato dal gruppo di Follow the women.

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