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Dunkerque, in faccia all’oceano grigio, distesa lungo le sue dune, ha l’aspetto di un ammasso di botteghe d’esposizione. Il porto e i cantieri hanno l’aria di una prua di naviglio incagliato. Poi c’è Malo le Bains: un angolo di vecchia città da vacanze fittizia, una specie di Lille da kermesse.

Di vecchia Gand. Posati sulle dune i villini, i pochi rimasti tra orribili costruzioni Anni Sessanta, stendono le loro stantie fantasie architettoniche, tetti di ardesia, guglie e torrette, merlature, verande. Dunkerque non ha nulla della solennità borghese o della noia aristocratica e proustiana delle località normanne. È una città di bagni e di casinò fatta alla carlona. Neppure la guerra ha potuto darle la grandezza tragica delle città che vegliano al confine del pericolo. L’ondata devastatrice nel 1940 è venuta a morire qui: ma essa sembra non curarsene più.

Cerco il museo della operazione Dynamo in un bastione ottocentesco dove era posto il comando francese. Passa una signora in bicicletta, elegantissima: «Non so, ho fretta vado allo manìf contro Macron. Siamo in sciopero, bonjour». La vecchia piccola Francia del rito della «grève», bottegaia, notarile, ottusamente sindacalizzata, capitolarda, che nel 1940 non vedeva l’ora di arrendersi a Hitler.

Davanti a me nel bacino della Marina galleggia la «principessa Elizabeth». Nel 1940 questo placido traghetto per turisti portò via centinaia di soldati in trappola facendo la spola per Dover sotto le bombe. Ne hanno fatto un ristorante galleggiante: l’epopea scivola mestamente nelle casseruole.

Lucien Dayan, presidente del Memorial souvenir Dunkerque, ha visto il film di Nolan. Riflette: «Sulla battaglia sopravvivono tanti luoghi comuni falsi, per esempio che gli inglesi ci abbandonarono, ci tradirono. E invece più di centomila soldati francesi furono portati via dalle navi inglesi. Ma furono i ventimila francesi che si batterono eroicamente per difendere il perimetro di Dunkerque contro ottantamila tedeschi, uno contro sei, che resero possibile il reimbarco. Ma tutto ciò è dimenticato». L’eroe della città resta Jean Bart, il pirata del re Sole, che gli inglesi li uccideva a sciabolate.

Arrivo qui inseguendo le immagini dello stupefacente successo di un film di guerra. Chiedo se organizzano visite guidate sui luoghi dove nel maggio-giugno del 1940 trecentomila uomini combatterono, sperarono, morirono. Scopro che i tour, a piedi e in torpedone, ci sono: non nei luoghi della battaglia, ma sugli scenari dove il film è stato girato.

Scoprirete, annuncia giulivo il dépliant, molti aneddoti e gustosi episodi accaduti durante la lavorazione: dove il regista Nolan veniva ogni sera a mangiare la pizza, o i guai e le buffe avventure delle comparse locali alle prese con il mondo delle star.

È giusto sia così. Noi che non sappiamo più fare le guerre, neppure quelle indispensabili, ci appassioniamo a quelle finte, quelle che il cinema inventa: antiche e contemporanee. E diventano loro la guerra, fantasmi che ci siamo creati. Viviamo su un fondo di leggende finte che impregnano i nostri spiriti, ci foggiano, deformano, e hanno una grossa parte di responsabilità negli eventi crudeli che vediamo svolgersi davanti a noi lasciandoci inerti o indifferenti.

Tra fiction e realtà

Chi è stato dentro una battaglia vera sa che la guerra è più sobria, più smorta, più impastata di noia di paura di melanconia di quanto possa inventare qualsiasi sceneggiatore. Essa è brutta e interessante, non soddisfa mai la voglia di lottare che purtroppo dorme nel cuore dell’uomo. Gli eroi, nella guerra vera, sono uccisi senza gloria, senza sapere come e da chi, senza veder nulla, in uno scatenamento di forze oscure tra cui impera, unico, il caso. Forse solo coloro che l’hanno combattuta, Tolstoj Stendhal, Omero, forse, possono trovare le parole per raccontarla.

Cammino sulle bianche sabbie di Dunkerque. Il mare è ammantato di una veste glauca, orlata di molte file di merletti. Un gabbiano grigio si appoggia dolcemente sul vento. Nessuna vela nessuna nave. La spiaggia è saccheggiata dal maestrale che alza nembi di sabbia. Lunghe distese chiare appaiono sospese nell’aria a perdita d’occhio. Vuota la spiaggia, ora che la breve stagione balneare è finita, una gru porta via le ultime cabine colorate. Il mare: disabitato come la luce del primo giorno. Anche i cespugli verdi sulle dune sono arrovesciati dal vento come chiome da pettinare.

Non c’era questo silenzio in quei giorni di maggio quando Malo le Bains perse la sua aria di balocco. Tutto si insudiciò di fumo che veniva dagli incendi nel porto. Alti camini di esplosioni salivano tra le case e vomitavano continuamente le loro nubi nere. Anche sulla spiaggia, su su fino a Brai-Dunes e La panne, i tredici chilometri del fronte, si alzavano bruscamente i funghi nerastri delle esplosioni e il rumore meccanico di aeroplani, uccelli dal volo quadrato e angolare, i soli a loro comodo su un città che muore. Dopo la guerra bisogna che non sussista più niente.

Dunkerque dei casinò e degli ombrelloni che aveva conservato il suo carattere di gaiezza perfino nei mesi della «guerra stramba», una guerra rallentata, raffreddata da manuale di storia, mutò. Finiti i colori, gli arabeschi: la città è fosca, le mitragliatrici in periferia già battono i denti. I tedeschi sono lì. Dunkerque agonizza, Dunkerque muore.

La guerra ha svelato la sua faccia maledetta, si insinua, il suo fantasma immateriale si dissemina come una nube di polvere nera. Si affacciano sulle dune lunghe colonne color kaki, con la catinella di don Chisciotte calcata in testa, coperti dai loro abiti logori sporchi, portando ancora gamelle ammaccate, bisacce sformate, l’aspetto mal lavato, lo sguardo incerto trascinando le scarpacce chiodate: formano qualcosa che assomiglia ormai a un armento di emigranti. Gli ufficiali li dirigono, li spingono, li incanalano urlando. Guardano, coperta da un manto nero nel cielo di maggio, la pira funebre della città.

Fuga verso la salvezza

Ecco: Dunkerque non appartiene alla storia delle battaglie, alla strategia e alla tattica militare. È una storia di lotta per sopravvivere, di uomini che cercano la salvezza. Come l’Anabasi di Senofonte o la ritirata degli italiani nell’inverno russo. Uomini che lottano per tornare a casa, che hanno gettato il fucile. Raccontare in una guerra smisurata storie di insetti. Parla a un’altra parte del nostro cuore, vi scava dentro altre rughe. Seduti faccia a faccia come dei superstiti che si ritrovano, senza dir nulla, ci specchiamo in loro. Quei giorni di sofferenza forse hanno dato la vittoria. Forse. Ma non possiamo dimenticare quelle ore povere, più delle altre hanno diritto a un grande posto nel nostro passato.

L’epopea di Dunkerque non sono i giorni delle spiagge, è il cammino dei trecentomila soldati che approdarono al mare come marinai che stremati di fatica dopo una lunga tempesta salutano il fuoco che annuncia la terra vicina. Per questo li ripercorro: praterie verdi e grasse, fossati dove l’acqua dorme sotto dense capigliature di alberi. Nei nomi dei villaggi risuonano antiche guerre e la distesa dei prati sembra il ricordo dei guerrieri massacrati nell’infinito trascorrere del tempo. Lì i loro padri avevano combattuto e vinto lo stesso nemico: Armentiéres, Neuve Eglise, Kemmel, Ypres, ogni pochi chilometri un cimitero della Prima Guerra mondiale pacifico sotto il sole di maggio mentre tutto intorno divampava una nuova guerra. Perché loro non erano stati capaci di vincere? Dai boschi i mortai tedeschi sputano fiammate gialle, continuo palpitare di detonazioni. Dio mio, avevano da poco attraversato quei luoghi cantando: «Tipperary, la lunga fila serpeggiante», «appenderemo il bucato sulla Maginot». Perché ora dovevano ritirarsi sempre? Perché? Il mondo sembrava uscito dai cardini, come quegli orologi che si fermano e per quanto li si scuota continuano a battere senza procedere.

La vera guerra

Ai lati del sentiero hanno buttato tutti gli avanzi, carri rotti, cannoni squassati, cavalli morti con le zampe rigide, i ventri gonfi. Il fiotto di questa folla si precipita verso il mare, verso la terra promessa. Mescolandosi ai profughi, autocarri che ronfano rauchi, carette, vetture di ferro e di legno, impolverati irriconoscibili, tormentati dalla sete e dai morsi della fame. La Luftwaffe schiaccia tutto quello che si muove. A Dunkerque alla tensione di nervi subentra una immensa stanchezza. Dalle navi che accorrono al soccorso le spiagge nella notte sono misteriosi puntolini luminosi che forano l’oscurità, non lucciole, ma centinaia e centinaia di soldati che fumano una sigaretta attendendo l’imbarco. Sozzi macilenti miserabili, sdraiati nelle buche, a guardare l’orizzonte basso, l’Inghilterra lontana come da un astro. Si sentono umiliati impotenti deboli: quella è la guerra vera, la guerra corporea, non la guerra dei film e dei libri che hanno letto da ragazzi. È sconcertante, spaventosa, disorganizzata e non assomiglia affatto al mito che avevano loro spacciato. Non c’era nulla di ardimentoso e di eroico a stare lì, attendendo che qualcuno li salvasse, nulla che riscattasse la guerra. Li dominava. Non l’avrebbero mai dominata.

Un rombo cupo fa come una batteria di incudini. Una bomba, due bombe. Tre, quattro. Si schiacciano. L’aereo si allontana, un altro viene. Non ci sono albe di tutti i giorni ormai. Accoccolati, il cuore stretto, attendono.

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