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Dopo settimane di understatement, tra viaggi col trolley e poca tv, all’hotel Ergife di Roma torna in scena il “Renzi pride”. L’ex segretario parla agli oltre 800 delegati della convention che chiude il congresso nei circoli e lancia la fase due, quella che si concluderà il 30 aprile con le primarie. Toni e argomenti sono quelli di un segretario già eletto, che apre la sfida elettorale con il M5S e invia un avvertimento chiaro ai dissidenti interni: “Le regole nella casa si rispettano tutti e non si passano i prossimi quattro anni a bombardare il quartier generale con i distinguo e i ‘non sono d’accordo con nulla’”. “Non ne possiamo più di discutere di scissioni. Questo è il Pd, questo il messaggio arrivato dall’assemblea degli iscritti”.

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L’ex segretario alza la voce in più occasioni, per attaccare i grillini, “non accettiamo lezioni di onestà da un partito fondato da un pregiudicato”, e per difendere i suoi mille giorni. Ammette alcuni errori su scuola e famiglie, “potevamo fare meglio”, ma rivendica i successi sui diritti civili, le famiglie con disabili, il lavoro. “Grandi temi sociali e civili su cui prima si facevano i convegni, ora ci sono i fatti”. Insomma, la linea dei tre anni di governo non cambia. Soprattutto nei confronti della Ue: “Europa sì ma non così”, lo slogan. “In questi tre anni abbiamo fatto uno sforzo titanico per cambiare il paradigma in Europa. Se diventerò segretario la posizione del Pd sarà quello di mettere un veto all’inserimento del fiscal compact nei trattati istitutivi dell’Ue”.

La battaglia contro l’austerity prosegue, dunque. Ma Renzi, oltre a demolire la svolta governista del “nuovo leader del M5S Davide Casaleggio”, spara anche contro gli avversari interni. In particolare contro Andrea Orlando, che nel suo intervento aveva demolito il Pd renziano e i tre anni del rottamatore a palazzo Chigi, ripetendo numerose volte le parole “referendum” e “sconfitta”, decisamente invise ai renziani. “Abbiamo ignorato le cause del disagio degli elettori, la geografia del No che è più forte tra i giovani e nelle periferie”, attacca Orlando. “Speravo che quel risultato ci aiutasse a superare un racconto dell’Italia che ce la fa. E invece…”. Orlando cita le famiglie con figli disoccupati. E incalza: “Quando ci sentono parlare solo dell’Italia che è uscita dalla crisi finiscono per incazzarsi…”. Poi invita il partito a “non usare lo stile e il lessico malato dei populisti”, in particolare contro l’Europa. E ancora parla di “riforme senza popolo”, ricorda come “il governo più giovane della storia è stato colpito dal voto dei giovani”.

“Renzi aveva suscitato la speranza di far saltare il tappo che blocca la società. E invece al governo noi quel tappo lo abbiamo avvitato ancora di più. Ci siamo isolati”. Poi cita la sua visita all’alba ai cancelli di Mirafiori: “Pensavo mi avrebbero preso a calci…”. Poco dopo la gelida replica di Renzi: “Caro Andrea, non ti hanno preso a calci perché noi con Marchionne quegli stabilimenti abbiamo contribuito a tenerli aperti”. “Noi siamo il partito del lavoro”, si accalora l’ex premier. Ma Orlando insiste: “E’ tempo di ricucire le ferite, rimettere al centro la lotta alle disuguaglianze”.

E sul congresso: “Un partito in affanno non risolve i suoi problemi con una competizione interna, con una rivincita. Dopo il referendum il partito non ha cambiato linea. Matteo si è dimesso, ma la linea è la stessa”. Orlando lancia altre stoccate sul sostegno al governo (Gentiloni è in prima fila): “Basta smarcamenti quotidiani”. E sulla legge elettorale: “Troppi tatticismi, se non troviamo i voti per cambiarla è perché non li stiamo cercando”. Renzi chiude, almeno per ora, all’idea di una iniziativa Pd sulla legge elettorale. E cita l’episodio dei giorni scorsi, l’elezione in Senato di un presidente di commissione coi voti delle opposizioni e dei bersaniani. “Un episodio di una gravità enorme. E’ la dimostrazione che in Parlamento, in questo momento, c’è la stessa maggioranza che ha detto No al referendum. Quindi la responsabilità di avanzare una proposta spetta a loro”.

Nella sfida a due resta sullo sfondo Michele Emiliano. A causa di un grave infortunio al tendine d’Achille, il governatore della Puglia parla con un video dall’ospedale di Foggia. Dietro di lui una flebo, volto pallido e voce affaticata, Emiliano chiede di “uscire dalla logica di un uomo solo che salva tutti”. “Dobbiamo chiudere con questo rapporto così difficile con l’elettorato dei 5 stelle, la stragrande maggioranza di quegli elettori sono nostri elettori”. Per una parte della mattinata circola l’ipotesi di un rinvio delle primarie per permettergli di rimettersi in salute.

Ipotesi fatta circolare proprio dai sostenitori di Emiliano. Orlando apre all’ipotesi, ma Lorenzo Guerini lo stoppa: “La macchina ormai è in moto”. Lo stesso presidente pugliese, via Facebook, chiude la partita: “Non voglio assolutamente condizionare i tempi delle primarie, non ho chiesto nulla in tal senso, ringrazio ancora chi ha mostrato spontaneamente sensibilità e immedesimazione”. Alla fine dei comizi, i delegati si buttano su Renzi e Gentiloni per un selfie ricordo. “Tre bei discorsi”, commenta il premier. “Emiliano in particolare mi è parso molto affezionato al Pd”.

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