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Torino ospita anche quest’anno il Torino Crime Festival, dal 6 aprile. La Stampa lo precede ripercorrendo gli ultimi 30 anni della storia d’Italia attraverso il racconto di trenta crimini, uno per anno dal 1987 al 2017. La ventiseiesima puntata racconta Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’Esercito condannato in via definitiva a 20 anni di carcere per l’omicidio della moglie Melania Rea, all’epoca 29enne, avvenuto il 18 aprile 2011. Abbiamo estratto dall’archivio un articolo di Grazia Longo del 4 gennaio 2013: racconta le motivazioni della sentenza di primo grado (che aveva condannato Parolisi all’ergastolo).

Parolisi uccise per un “no” di Melania

La Stampa, venerdì 4 gennaio 2013
Scordatevi le follie per l’amante soldatessa. Scordatevi le oltre 30 persone che negano di aver visto Melania e Salvatore a Colle San Marco. Scordatevi le inchieste di due procure e le valutazioni di due Tribunali del Riesame. L’unica certezza «oltre ogni ragionevole dubbio» è la colpevolezza di Salvatore Parolisi per l’omicidio della moglie Melania Rea. Per il resto, nelle 67 pagine delle motivazioni che spiegano perché lo ha condannato all’ergastolo, il gup Marina Tommolini, si assiste a un colpo di scena dietro l’altro.

A partire dal movente di quelle terribili 35 coltellate. Non il tradimento e il desiderio di rifarsi una vita con l’amante-soldatessa Lodovica, ma il rifiuto di Melania ad un rapporto sessuale nel bosco di Ripe di Civitella. «Lo ha rifiutato – scrive il giudice – e, in tale contesto, deve aver rivolto anche rimproveri pesanti contro il coniuge che, a quel punto, ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi». Non si capisce allora perché, qualche pagina prima il gup abbia puntato l’attenzione sui tanti contatti, in 19 mesi di relazione, tra Salvatore e Ludovica.

«Le ha telefonato, in 19 mesi, 5152 volte (una media di 9 telefonate al giorno, ndr) e inviato 1475 sms, ma certamente non l’amava» e «non avrebbe mai lasciato Melania (anche per questioni economiche». La relazione extraconiugale, tuttavia, «avrebbe potuto costituire, agli occhi degli inquirenti, un possibile movente», per questo cerca in tutti i modi di «eliminare tutto ciò che dimostrava la duratura relazione». Altra sorpresa nelle motivazioni è la convinzione che Melania sia stata alle altalene di Colle San Marco, prima di andare a morire a Ripe di Civitella.

(La Stampa del 4 gennaio 2013)

Il gup prende per buona la testimonianza del titolare del chiosco Alfredo Ranelli (che pure dopo una prima dichiarazione, disse di non essere certo che si trattasse proprio di Melania). «Melania, non gradendo la scarsa igiene delle altalene dei piccoli e trovando il gioco sull’altalena dei grandi pericoloso per la figlia, ha proposto di lasciare Colle San Marco e di andare al chiosco della pineta, curiosa di conoscere i luoghi ove si addestrava il marito ed in cui era già stata, dovendo però desistere per la neve».

Perché saltano all’occhio queste considerazioni? È molto semplice: costituiscono il materiale su cui si baserà la strategia difensiva di Parolisi durante il processo d’appello. I suoi avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile per ora non si sbilanciano in commenti, ma annunciano già una conferenza stampa per la prossima settimana, per comunicare le loro riflessioni sulle osservazioni del gup Tommolini. Che, pur ribadendo la colpevolezza di Parolisi, confutano aspetti importanti del quadro accusatorio. E in una vicenda giudiziaria come questa – si tratta di un processo indiziario dove non esiste la cosiddetta prova regina – la difesa cavalcherà temi che ha sempre ritenuto a suo favore per ottenere uno sconto di pena in appello.

Va però ribadito che il giudice Tommolini crede che Parolisi sia l’assassino al punto da averlo condannato all’ergastolo. E lo puntualizza nelle 67 pagine, definendolo «subdolo e violento», «senza alcun ravvedimento», colpevole anche durante il processo dell’«ennesimo tentativo di inquinamento probatorio» e falso anche nello sbandierare amore filiale, «l’improvviso attaccamento alla figlia (di soli 3 anni, ndr) desta più di un sospetto di autenticità». Non a caso l’avvocato di parte civile Mauro Gionni ribadisce che «resta inequivocabile l’attribuzione dell’omicidio a Parolisi».

E il padre di Melania, Gennaro Rea aggiunge che «quello che conta è che sia stato riconosciuto come colpevole. La verità di com’è andata, purtroppo, la può raccontare solo lui». E il procuratore capo di Teramo, Gabriele Ferretti, confida nei giudici d’appello (che comprendono anche una giuria popolare): «Parolisi risulta colpevole. E comunque dalle trascrizioni degli interventi dei pm durante il primo grado di giudizio, si potranno trarre elementi per definire quale sia la ricostruzione più logica e più credibile».

Grazia Longo

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