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All’assemblea di Liberi e uguali vicino a Milano si respira quasi un senso di liberazione quando i delegati si alzano in piedi e acclamano il loro candidato alle regionali: è Onorio Rosati, una vita in Cgil, consigliere regionale uscente di Mdp. Lo raccontano come un riformista, non certo un incendiario. Stavolta ha deciso di sfidare anche la sua segretaria Susanna Camusso, che si è spesa moltissimo per un’alleanza tra Pd e Leu anche in Lombardia. Ma Rosati del no all’accordo con il candidato renziano Giorgio Gori aveva fatto un punto d’onore.

E la base lo ha seguito. A proporlo all’assemblea è Francesco Laforgia, quarantenne capogruppo di Mdp alla Camera. “Non diremo che andremo da soli e non ci faremo dire che usciamo dal centrosinistra perché il centrosinistra non esiste senza la sinistra». Poi una stoccata ai padri nobili del centrosinistra, Prodi e Veltroni: “Mi ha strappato un sorriso amaro il loro appello, mai una critica verso chi ha devastato il campo del centrosinistra che ormai è un campo vuoto”. Gori non nasconde l’amarezza: “Faranno fatica a spiegarlo ai loro elettori che in larga misura fanno il tifo perché invece ci sia un lavoro comune. Le critiche di Leu al mio slogan? Hanno detto che ‘Fare, meglio’ non dice abbastanza della necessità di discontinuità rispetto al passato, a me sembra un pretesto e rivendico invece il senso politico di fare meglio le cose, la capacità di distinguere tra quello che è da buttare e quello che va salvato, il riformismo è questo”. Da Leu nuovi attacchi: «C’è qualcuno che ha ricevuto il mandato dalla sua comunità a fare il sindaco di Bergamo e poi lo lascia da qualche parte per fare altro … ecco questo ha poco da fare con l’etica pubblica”.

Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana e capo dell’ala dura di Leu, è in sala: “Questa è una scelta consapevole, matura, coraggiosa e autonoma. Non corriamo da soli in Lombardia per un mio veto. Se la destra torna a guadagnare voti è perché il centrosinistra ha smesso da tempo di fare il suo mestiere”.

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Mentre a Milano Rosati si gode il momento di gloria (“Nulla di personale contro Gori, ma le politiche del Pd rappresentavo un ostacolo insormontabile”) a Roma la discussione va per le lunghe. Su Nicola Zingaretti non c’è unanimità, Sinistra italiana distribuisce volantini che pongono un veto sul governatore uscente del Pd: dure critiche sulla gestione della sanità, “con lui è impossibile allearci”. Arriva Pietro Grasso, leader di Leu, “sono qui per ascoltare, rispetterò le decisioni dell’assemblea”. La decisione è stata presa giovedì pomeriggio con Roberto Speranza, Fratoianni e lo stato maggiore di Leu: lasciar decidere le due assemblee, ben sapendo che i lombardi avrebbero deciso di correre da soli e che invece nel Lazio la maggioranza è per fare l’accordo con Zingaretti.

Alla fine l’assemblea romana decide di dare mandato proprio a Grasso per trattare con Zingaretti. Una “trattativa serrata”, spiega Paolo Cento. Che ha al centro una “netta discontinuità nei programmi”. In particolare su sanità, rifiuti e trasporti. Ma anche un veto: “No a trasformisti nella coalizione, non ci devono essere gli amici di Beatrice Lorenzin, neppure nascosti nelle liste civiche”. Alla fine sarà un sì? Tutto fa pensare a questo. E del resto Grasso non ha mai nascosto la sua propensione ad un accordo col Pd alle regionali del 4 marzo. Ma l’assemblea romana non è stata una passeggiata. Le richieste a Zingaretti sono molte e dettagliate: no a nuovi inceneritori, stabilizzazione dei precari nella sanità, reddito minimo garantito per chi perde il lavoro. Tra le voci contrarie all’accordo anche Stefano Fassina: “Se facciamo l’ ammucchiata attorno al Pd senza una discontinuità non portiamo un voto”.

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