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E’ uno sciame sismico. Chissà quando si ferma. Vedremo cosa resterà alla fine. Le scosse di ieri erano inattese. Colpiscono una parte sola, il centrosinistra. Ma spiazzano tutti. 5 Stelle e centro-destra osservano la scena e sorridono, con il sarcasmo di chi è convinto di avere la vittoria già in tasca. E’ una giornata in cui si chiudono tre storie, ciascuna importante a suo modo. Finisce la storia di Ncd e Angelino Alfano che, scomodo nel centrodestra e nel centrosinistra, reduce da percentuali da prefisso telefonico in Sicilia, fa un passo indietro e rinuncia a candidarsi. Chapeau. La vendetta di Berlusconi prosegue con tutti coloro che in un modo o nell’altro, generati da lui, contro di lui si sono rivoltati.

Se ne chiude anche un’altra di storia, cominciata 15 mesi fa, quella di Campo Progressista: gli ex Sel che erano stati attirati dall’arancione dell’ex sindaco di Milano – ma che non sarebbero mai andati con Renzi – tornano a casa, in Liberi e uguali, accolti dal leader Piero Grasso. La ritardata calendarizzazione in aula al Senato dello ius soli è solo una scusa: se ne sarebbero andati comunque. Buon viaggio. Finisce anche la storia della “coalizione larga di centrosinistra con al centro il Pd e Campo progressista come gamba sinistra”. Finisce la mission che Renzi aveva affidato a Fassino. Resta il Pd. Qualcuno dice “solo e assediato”. Altri parlano di “partito nuovo che guarda avanti libero dei pesi di un passato che non torna”.

Il senso di Alfano per la politica

La prima scossa è arrivata ieri alle 16.53. Una doccia scozzese. Seduto davanti a Bruno Vespa per registrare Porta a Porta, il ministro degli Esteri gela tutti: “Non mi ricandido”. E’ una di quella affermazioni impreviste, non date in natura, che lascia a bocca aperta il conduttore e gli stessi compagni di partito. Prima che Alternativa popolare scelga se correre da sola o di affiancarsi al Pd, il suo presidente si sfila e chiarisce che “dal 5 di marzo, se si voterà il 4” non sarà “né deputato né ministro”. La decisione, “personale” di fare un passo indietro ha colto di sorpresa molti centristi. Il coordinatore Maurizio Lupi l’ha appresa un paio d’ore prima. E’ stato informato il presidente Gentiloni con cui Alfano ha avuto “una conversazione amichevole”. Nessuna comunicazione, invece, con il segretario del Pd Matteo Renzi. Il gruppo parlamentare di Ap si è ritrovato subito dopo nella sede del partito. Voci danno in pole alla guida il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, favorevole ad un’alleanza con il Pd. Lupi e Formigoni potrebbero tornare a casa, in Forza Italia, magari con una formazione centrista satellite. Una fonte vicina a Berlusconi ha subito commentato: “Il gesto di Alfano è apprezzabile: così lascia liberi i suoi di decidere come meglio credono. Da parte nostra, porte aperte”. Il gesto di Alfano dovrebbe aiutare Ap a ricompattarsi: era lui il problema, a destra – dove l’hanno sempre rifiutato come traditore dopo la nascita di Ncd nel novembre 2013 – ma anche a sinistra. “Mai con Alfano” è stato il ritornello di Pisapia, il motivo della non alleanza in Sicilia. Il leader di Ap, che comunque “farà la campagna elettorale” si sarebbe stancato dei continui, “ingiusti” attacchi subìti in questi anni. “Il gesto di Alfano, di grandissima generosità, fa piazza pulita di tutte le strumentalizzazioni di questi anni” è il testo del comunicato della segreteria politica di Ap.

Campo progressista evapora

Dieci minuti dopo, alle 17, un’altra scossa. Pisapia, riunito a Roma con il gruppo di parlamentari, getta la spugna. “Ci abbiamo provato, per molti mesi, con tanto impegno ed entusiasmo. Ma oggi dobbiamo prendere atto che non è possibile proseguire il confronto con il Pd e che non siamo riusciti nel nostro intento”. L’ex sindaco dà la colpa alla riforma della cittadinanza, che difficilmente sarà approvata. Ma è una scusa a cui non crede nessuno. Quanti orfani lascia l’ex sindaco? Difficile dirlo. I sondaggi lo davano poco sopra l’1 per cento. Ma non sono i numeri che Renzi cercava nell’area dell’ex sindaco. Era un’idea di sinistra, di diritti e valori. Pisapia lascia tutti liberi. “Ringrazio di cuore tutte le donne e gli uomini che hanno creduto e si sono impegnati in questo progetto e che ora si muoveranno secondo le proprie sensibilità e la cui diversità è sempre stata, a mio modo di vedere, una delle ricchezze e risorse più importanti di questa esperienza”. Arrivederci e grazie. Come se le attese e i progetti di almeno un anno non contassero nulla. Forse ha avuto ragione Bersani, che pure ci aveva investito assai, a mettere fine alla “telenovela” quando ancora era settembre. “Noi abbiamo sempre detto che Pisapia era inconsistente, oggi ne avete avuto tutti la prova” si ripeteva ieri dalla parti di Sinistra italiana, una delle tre gambe di Liberi e uguali, e che ha sempre visto con terrore l’allenza di Mdp con Campo Progressista. E che ora vedono con fastidio un possibile ritorno a casa degli ex. “Ci hanno fatto la guerra per un anno e ora tornano col piattino in mano? Non se ne parla nemmeno”. Grasso avrà il suo da fare.

Bomba libera tutti

Le due notizie, a dieci minuti di distanza l’una dall’altra, sono piombate in Transatlantico cambiando del tutto l’agenda della giornata. I centristi di Alfano si sono dati appuntamenti alla sede del partito in via del Governo Vecchio. I pisapiani hanno perso anche il nome. Pisapia, nel comunicato, ha lasciato intendere anche la ripresa di un impegno personale dopo le elezioni. “Il mio tentativo non è riuscito, ma non sono venute meno le ragioni che lo hanno ispirato. Temo i rischi fortissimi di un Paese nelle mani delle destre o dei populisti e ora c'è solo da sperare che le forze progressiste si ritrovino almeno dopo le elezioni. Io, come sempre, senza ambizioni personali, lavorerò per questo. Sperando che non sia troppo tardi”. Gli altri si stanno dividendo. Bruno Tabacci, appassionato ciclista, ha detto che “prenderà la bicicletta per fare dei gran giri” ma viene dato nella lista centrista della coalizione Pd. L'ex Sel Michele Ragosta sta invece guardando alla lista di Socialisti e Verdi. Altri ex Sel come Ciccio Ferrara e Marco Furfaro per il momento non si esprimono. “Non abbiamo mai fatto una questione di seggi e non la faremo ora”ha detto Furfaro. Ma è chiaro che guardano là, da dove sono venuti che una volta si chiamava Rifondazione.

Un’altra parte di pisapiani guarda invece al Pd: il numero 2 della regione Lazio Massimiliano Smeriglio, il senatore Stefàno come altri senatori del misto a palazzo Madama. Tutta gente che viene da sinistra e non ne può più delle continue scissioni che spingono all’irrilevanza.

Il silenzio di Renzi

Il segretario ieri era in Sicilia, a Palermo, a terminare il viaggio di ascolto in Italia. Non ha parlato. Ha preferito non commentare. I suoi in Transatlantico hanno mangiato la foglia e allargato le braccia. I fedelissimi non hanno avuto dubbi: “Avanti tutta, soprattutto adesso che stanno facendo di tutto per fermarci. Senza avere un progetto che sia uno”. Dopo un’ora circa ha provveduto un comunicato della segreteria dem a dare la linea: “Il Pd va avanti con il progetto di coalizione di centrosinistra. Ci sarà una lista di sinistra con ex Sel come Zedda, Smeriglio, Uras, Ragosta, Stefàno. Ci sarà una lista centrista con Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin. E la terza lista alleata, assicurano, sarà +Europa di Emma Bonino, Magi e Della Vedova”.

Ma tutto questo è ancora un cantiere non definito. E se è vero che l’obiettivo primo di Bersani e D’Alema è di vedere Renzi frantumarsi contro il muro delle elezioni, si può scommettere che da qui allo scioglimento delle camere ci saranno altri attacchi e altri tentativi di svuotare la nave del Pd.

L’ad di Unicredit in Commissione banche

Poco dopo le 20 la terza scossa di giornata: la Commissione banche sentirà Federico Ghizzoni, l’ad di Unicredit che, secondo il libro di Ferruccio De Bortoli, è stato interessato dall’allora ministro Boschi per il salvataggio della banca toscana. Circostanza che Maria Elena Boschi ha sempre negato visto che nel dicembre 2015, parlando in aula disse che “mai si era occupata di quella banca”. Ora, la cosa di per sé non sarebbe nulla di male: il deputato può e deve occuparsi della banca del suo territorio. Però lei ha sempre negato, ingenuamente forse, prima e dopo e ancora oggi. Tanto da aver fatto causa civile a De Bortoli citandolo per danni.

Ma torniamo alla Commissione, che come era facilmente immaginabile, sta diventando un ring elettorale. La decisione di udire Ghizzoni è stata assunta con voto unanime, anche del Pd. Certo, sarebbe stato imbarazzante essere l’unico partito a dire no anche se Ghizzoni e Unicredit non c’entrano nulla con le sette banche oggetto d’esame da parte della Commissione. “Non temiamo la verità” ha detto Matteo Orfini (Pd). Ma cosa succederà se Ghizzoni dovesse confermare la versione di De Bortoli? Se dovesse smentire, per Boschi sarebbe la santificazione. Altrimenti? E’ un fatto che ieri alcuni deputati Pd ragionavano sull’opportunità politica, per Boschi, di fare un passo indietro nell’interesse del partito. Sarebbe un atto di generosità molto apprezzato. Un po’ come ha fatto Alfano.

Oltre a Ghizzoni saranno sentiti, su richiesta del Pd, gli ex ministri del Tesoro (Tremonti, Grilli, Saccomanni) e gli ex vertici delle banche venete Gianni Zonin e Vincenzo Consoli (sotto processo per il crac della banche) oltre all'ex manager della Bim (controllata di Veneto banche) Pietro d'Aguì. Il presidente Casini ha votato contro l’audizione dei manager imputati a cui la Commissione corre il rischio di dare un palcoscenico immeritato e senza il contradditorio. Entro il 17 saranno sentiti anche il ministro Pier Carlo Padoan, il numero uno uscente della Consob Giuseppe Vegas e il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco. Caduta nel nulla la follia di sentire Draghi, ex governatore di via Nazionale.

Ora, in tutto questo, forse non sarà il caso che sempre ieri fossero insistenti le voci sul fatto che Maria Elena Boschi non sarà comunque candidata in un collegio toscano. Oggi, comunque, sarà ufficializzata la nuova mappa dei collegi elettorali.

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