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Ora è ufficiale. Banca Carige ha sottoscritto un accordo vincolante con Chenavari Investment Managers, per la cessione di una partecipazione dell'80,1% della società di credito al consumo di Creditis Servizi Finanziari, nonchè un accordo distributivo e altri contratti ancillari alla transazione.

Il corrispettivo della transazione è pari a 80,1 milioni con condizioni economiche sostanzialmente in linea con le previsioni del piano industriale 2017-2020 approvato il 13 settembre 2017; il closing della transazione è previsto entro il primo semestre 2018 ed è soggetto all'approvazione delle autorità regolamentari.

La cessione di Creditis, afferma la nota di Carige, rappresenta un importante traguardo nel contesto del piano di rafforzamento patrimoniale della banca, confermando l'efficacia delle scelte strategiche e la capacita' di execution del nuovo management team.

Ieri sera la cassa genovese ha diffuso i risultati dell'aumento di capitale da 560 milioni necessario per la salvezza. Gli azionisti hanno sottoscritto solo il 66% dell'offerta, ma sull'inoptato (di soli tre milioni) si aprirà il paracadute definito alla vigilia dell'operazione. Circa 46 milioni saranno infatti coperti da Intesa Sanpaolo Vita, Generali e UnipolSai che hanno scelto di convertire in equity parte dei bond subordinati. Altri 120 milioni arriveranno dagli impegni di primo accollo.

Nell'asta dell'inoptato interverranno infatti Credito Fondiario, Sga e Chenavari Investment Managers, il fondo che si è aggiudicato la controllata Creditis. Senza considerare l'impegno dei soci forti della banca a partire dalla famiglia Malacalza che ha chiesto alle autorita' di vigilanza l'autorizzazione per salire al 28%, appena sotto la soglia di opa.

Una richiesta che ha già costretto gli imprenditori piacentini a cambiare lo statuto della holding per escludere le funzioni di direzione e coordinamento. Vittorio Malacalza ha peraltro esercitato i diritti per la quota detenuta a titolo personale Anche Gabriele Volpi salirà, portandosi vicino al 9,99% rispetto all'attuale 6%.

Ci sono insomma risorse sufficienti per coprire i mancati impegni degli attuali azionisti e condurre in porto l'operazione senza zavorrare le tre banche del consorzio di garanzia, cioè Credit Suisse, Deutsche Bank e Barclays. Non per caso del resto i tre istituti internazionali hanno chiesto agli investitori e alla banca precise garanzie prime di garantire l'operazione.

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