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Questo tributo mascherato da recensione celebra il ritorno – totalmente in sordina, come nel suo stile – di un’etichetta giapponese riverita da pochissimi aficionados di quella che è forse l’ala più silenziosa dell’avanguardia musicale contemporanea. In parte la storia della Hibari di Taku Unami e dell’estetica onkyo era stata debitamente trattata nello speciale sulla (non meglio definibile) non-music, ipotetico aggregato delle tendenze a-descrittive comuni a ricerche nell’ambito dell’improvvisazione elettroacustica, del field recording e della sound art in senso ampio. (Senza questo minimo di infarinatura, difficilmente ciò che segue potrà apparirvi sensato)

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Il timido riaffacciarsi della label nipponica (esigue le novità dal 2012 a oggi) non è del tutto in linea con i suoi standard: per ora si tratta infatti di uscite in solo formato digitale, contenenti incisioni realizzate nello stesso giorno (o pochi giorni prima) della pubblicazione in formato album sul relativo canale Bandcamp. Viene meno anche il marchio di fabbrica delle semplici illustrazioni su sfondo bianco assoluto, rimpiazzate con una fotografia o un grossolano collage come il qui presente.
Perché dunque, a un tratto, Hibari inscena un provvisorio ritorno? Per trascendere la dimensione del “qui e ora” documentato da Sam Sfirri e Taku Unami: l’uno, interprete nonché membro del collettivo sperimentale internazionale Wandelweiser; l’altro, (non)attore protagonista di molte sessioni soliste e in gruppo sulla sua stessa etichetta, così come su Erstwhile, Slub Music e altre marche sotto i radar.

Secondo un metodo tipicamente cageano, “zymology” è suddiviso in cinque parti uguali da dodici minuti esatti ciascuna: ma non si tratta, per l’appunto, di “movimenti”, bensì di una costrizione della realtà ininterrotta entro un rigido schema temporale. Gli artisti, verosimilmente operanti in un contesto domestico, sono accreditati rispettivamente al pianoforte e al basso, eppure ciò che percorre realmente questa ora tonda sono rumori estranei di sottofondo, come le vibrazioni di una superficie trapanata o l’accartocciamento di involucri di plastica.

Quello che in un primo momento potrebbe sembrare il moto sincopato e regolare di un rullo in azione, a ben sentire, è più facile che sia lo strisciare della mano di Unami sulle corde amplificate del basso, mentre le tastiere effettate alla maniera di un placido carillon si animano con semplici progressioni di note in rarissimi momenti della prima mezz’ora. Ciò che conta, come in molta arte dal Dadaismo in poi, è l’intenzione con cui si è deciso di contenere questa precisa ora di accadimenti sonori più o meno spontanei, parte minima di un tutto che sarebbe comunque impossibile da afferrare.

Al pari della fotografia, sia essa una composizione elaborata o un frammento del tutto casuale, “zymology” isola un’effimera porzione di vita che si manifesta quasi senza sforzo, come una qualsiasi variazione calligrafica del verbo essere. Può non valere nulla, oppure tutto: quindi è arte.

(06/12/2017)

Ondarock

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